Sottratta alla fruizione pubblica e rimasta sconosciuta ai più per oltre 200 anni, l’ex Chiesa di San Francesco ad Alessandria viene ora restituita alla comunità grazie al completamento delle campagne conservative condotte negli ultimi venticinque anni e in particolare al restauro architettonico avviato nel 2022, che ha reso nuovamente leggibile la monumentalità e l’importanza storico-artistica dell’antico edificio, e realizzato i necessari adeguamenti impiantistici in vista della sua destinazione a Museo della città e polo culturale di primo piano.

“Un momento storico per Alessandria” lo ha definito il Sindaco Giorgio Abonante in occasione della presentazione ufficiale della conclusione dei restauri, con una frase per nulla retorica considerata la storia di distruzione e di rinascita di questo luogo.

Un tesoro ritrovato e finalmente aperto al pubblico (visite guidate gratuite dal 31 maggio al 2 giugno e sabato e domenica fino al 28 giugno ), grazie a un percorso complesso e non facile, frutto della sinergia di tante istituzioni e professionalità e di un importante impegno finanziario per il cantiere da poco concluso, con fondi provenienti prevalentemente dal bilancio del Comune di Alessandria (4,520 milioni di euro), dal Por-FESR/POC (3,909 milioni di euro) per il tramite della Regione Piemonte, e dal Ministero della Cultura (400.000 euro); un risultato che assume ancor più valore in concomitanza con le celebrazioni per l’ottavo centenario dalla morte del Santo di Assisi: unica architettura francescana nel Paese di cui si siano completati, nell’occasione, il restauro e lo straordinario recupero. 

Un bene prezioso e identitario da cui partire, per dare concretezza ai progetti per il futuro di Alessandria.

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L’ex chiesa di San Francesco è tra le testimonianze di architettura religiosa più insigni del medioevo alessandrino ( insieme a Santa Maria di Castello e Santa Maria del Carmine). Essa rappresenta il nucleo più antico e di maggior pregio (l’unico di età medievale superstite) di un complesso conventuale che occupa un intero isolato del centro storico: in origine uno dei maggiori centri francescani del Nord Italia. 

Secondo una tradizione locale Francesco sarebbe passato in città nel secondo decennio del Duecento e qui avrebbe operato alcuni miracoli, come ricordano un bassorilievo in piazza del duomo, riferito a una lupa ammansita, e uno dei primi biografi del santo a lui contemporaneo, Tommaso da Celano, che parla di un “pezzo di cappone..cambiato in pesci”. 

Oggi appare improbabile agli storici questa presenza, tuttavia le narrazioni sono l’evidente testimonianza dell’esistenza in loco di una devozione francescana molto antica e radicata.

La costruzione della chiesa è attestata a partire dal 1268, data della Bolla papale del pontefice Clemente IV che invita i fedeli a partecipare con le elemosine all’impresa; di lì a poco vengono concessi 100 giorni di indulgenza ai frati Minori conventuali per dare inizio alla costruzione, mentre nel dicembre del 1290 Papa Nicolò IV proclama l’indulgenza per coloro che vi si recheranno in visita, in preghiera. Anche la costruzione del convento prende avvio, mentre la chiesa sarà consacrata nel 1314.

A sostenerne la realizzazione non casualmente saranno anche gli Angiò, conti di Provenza e futuri re di Sicilia, che per brevi periodi ressero la città: in particolare nel 1310 Roberto II e la moglie Sancia di Maiorca che, devoti al santo di Assisi, dopo l’impegno ad Alessandria fondarono la chiesa e il monastero di Santa Chiara a Napoli.

Le sorti successive della chiesa alessandrina non furono fortunate. 

Le caratteristiche architettoniche originarie e le testimonianze artistiche del tempo sono oggi tornate leggibili e capaci di stupire, nonostante la pesante trasformazione subita dal complesso nell’Ottocento: prima destinato a caserma militare negli anni della campagna napoleonica – con la suddivisione della chiesa in due livelli tramite la realizzazione di un solaio poggiante su ampie volte-, e poi, per volontà di Carlo Alberto di Savoia, con la conversione ad Ospedale divisionario militare nel 1833, anno in cui venne realizzato un ampio cavedio interno

Tutti interventi che hanno profondamente modificato l’assetto complessivo della chiesa e tolto alla facciata le sue connotazioni sacre. Non solo: per ben due volte – nel 1893-94 e nel 1952 – parti della chiesa e del convento rischiarono di esser abbattute per realizzare un’arteria diretta di collegamento tra le piazze Garibaldi e della Libertà. Pericoli fortunatamente fugati.  La Soprintendenza ai Monumenti del Piemonte aveva già notificato in realtà nel 1919 l’interesse archeologico dell’edificio e nel novembre del 1989 il Comune di Alessandria acquista la proprietà dell’immobile dalla direzione del Genio Militare. 

E’ il segno di un’inversione di rotta. 

Dalla fine degli anni Novanta prendono il via gli scavi archeologici e i primi interventi di consolidamento delle strutture dell’edificio e si provvede allo svelamento e al recupero delle decorazioni affrescate del sistema delle volte e della cappella alla base del campanile.

L’ultimo fondamentale cantiere è quello iniziato nel 2022, promosso dall’Amministrazione Comunale di Alessandria nell’ambito della programmazione Territoriale POR FESR 2014-2020 Asse VI “Sviluppo urbano sostenibile – Strategia Urbana Integrata denominata Alessandria torna al centro”: un restauro architettonico volto a recuperare questo straordinario bene culturale per moltissimi anni dimenticato, salvandone ed evidenziandone per quanto possibile le caratteristiche originali.

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La Gara internazionale per il progetto e la direzione lavori è stata vinta dal Gruppo Studio Montagni e le opere sono stati eseguite dalle imprese Damiani e Aurea sas sotto l’altra sorveglianza della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Alessandria, Asti e Cuneo.

Sono stati così abbattuti il cavedio e i muri divisori aggiuntivi che frammentavano lo spazio, restituendo la visibilità interna dei due livelli attuali della chiesa; è stato rimosso il riempimento delle volte ottocentesche, mentre le pareti esterne dell’edificio sono state riportate a mattone a vista, per distinguerle dal successivo volume del cortile del XIX secolo, intonacato.

Contestualmente all’intervento comunale la Soprintendenza, cui già si devono le indagini e gli interventi conservativi dei decenni precedenti , ha avviato con i fondi ministeriali un “cantiere dentro il cantiere”, per l’integrazione dello scavo archeologico e per la ricerca, rimessa in luce e restauro di ulteriori superfici decorate non precedentemente note: in particolare decorazioni a bande bianche e nere e fasce a spirale rosse su fondo grigio, ritrovate lungo i costoloni della volta demolita per realizzare il cavedio, e una prezioso riquadro figurativo in cui è riconoscibile nonostante le picchettature una Madonna in trono con bambino, con un santo vescovo e una santa. 

L’intradosso di un arco decorato a stucchi è ancora comparso, al primo piano, sotto il piano pavimentale in corrispondenza della cappella absidale sinistra, a testimoniare una meno nota fase decorativa di fine Cinquecento, mentre i saggi stratigrafici e le termografie condotte preliminarmente, in base alla conoscenza di analoghi complessi francescani, hanno permesso di individuare e di riportare in luce al piano terra nell’area absidale, a parete, un arco ad ogiva strombato che corrisponderebbe alla nicchia destinata ai servizi liturgici, come nella chiesa di San Francesco a Cassine.

Le indagini archeologiche,  oltre alla restituzione di due sepolture a inumazione della fase più antica e sepolture a ossario tardo medievali, hanno anche consentito di verificare la presenza di due fasi costruttive della chiesa conventuale, probabilmente ravvicinate nel tempo e corrispondenti a due momenti della pavimentazione in cotto: il più recente corrisponde alla realizzazione della cappella voluta – insieme alla costruzione del campanile – dal patrizio alessandrino Giovanni Antonio Boidi, consigliere di Roberto d’Angiò, nel secondo decennio del XIV secolo. Uno degli affreschi scoperti durante i precedenti restauri riporta un’iscrizione con la data del 1328 proprio accanto agli stemmi della famiglia Boidi.

Le parti più significative dei interventi archeologici saranno mantenuti a vista inserendosi nel futuro percorso museale allo scopo di agevolare la comprensione dell’impianto architettonico basso medievale. I saggi nella navata centrale e laterale consentiranno dunque di vedere la base originale dei pilastri polilobati – finalmente apprezzabili nella loro integrità – e l’originaria quota pavimentale due-trecentesca, rendendo evidenza delle proporzioni e delle complesse geometrie della chiesa franecescana di Alessandria.

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L’antico edificio religioso, che si sviluppa su una superficie di 1250 mq, si presenta ora a tre navate (un tempo dovevano esser quattro) quella principale a 6 campate e le laterali con 5 campate ciascuna, con pilastri polistili, volte a crociera definite da possenti costoloni e capitelli cubici, purtroppo in parte sottoposti alla furia iconoclasta napoleonica.  

Un’immagine nell’insieme grandiosa e di forte suggestione. 

La navata centrale, larga il doppio delle laterali, termina in un’abside quadrata realizzata in omaggio alla ricerca di una sobrietà francescana dell’impianto. In origine, oltre alla cappella maior, dovevano essere presenti altre cappelle laterali, addirittura 15 secondo un documento dell’Archivio di Stato di Milano presumibilmente di fine Quattrocento. 

Il solaio ottocentesco posto a metà altezza, che si è mantenuto in vista della futura destinazione museale oltre che per motivi strutturali, consente di apprezzare da vicino la ricchezza e finezza del motivo decorativo sulla volta e sui costoloni, con tracce della decorazione originale a bicromia bianca e nera, i capitelli d’imposta delle volte delle navate e i bellissimi lacerti delle chiavi di volta: l’Agnus Dei, l’Aquila, il Santo di Assisi benedicente e Giglio di Francia, probabile richiamo alla presenza angioina.

Infine, il progetto di rifunzionalizzazione ha previsto anche l’inserimento di nuovi ambienti, come il cosiddetto giardino d’inverno: un volume di circa 180 mq completamente vetrato, realizzato ex novo sopra il parallelepipedo che costituiva l’ingresso dell’ex ospedale militare e che riprende l’articolarsi delle arcate del cortile. 

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Inizia da questo momento una nuova storia per quella che è l’architettura tardo-gotica più importante di Alessandria, testimonianza del passato medievale ma anche della capacità di riscatto di una città e di visione del futuro. 

La destinazione a polo culturale e museale dell’ex Chiesa di San Francesco – nell’ambito di un complessivo piano urbanistico che prevede negli spazi conventuali la realizzazione di residenze universitarie e dell’auditorium del Conservatorio – vedrà ora impegnati accanto al Comune di Alessandria, nuovamente la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Alessandria, Asti e Cuneo, ma anche la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria che ha già deliberato il proprio contributo per l’attuazione di questo emblematico  progetto: esempio di tutela e valorizzazione del patrimonio, capace di far dialogare la storia con le future generazioni.