In quattro caverne saline scavate lungo la costa del Golfo del Messico, fra la Louisiana e il Texas, gli Stati Uniti conservano petrolio greggio in cavità sotterranee create sciogliendo il sale con acqua dolce. È la Strategic Petroleum Reserve, nata nel 1975 come risposta diretta all’embargo arabo di due anni prima. Serve a una cosa sola: garantire che, se il mondo smette di consegnare barili, l’economia americana non si fermi.
Nel settembre 2026 quel serbatoio contiene 293,4 milioni di barili. È il livello più basso dal 1982.
Il dato, per quanto tecnico, è forse il più eloquente dell’intera crisi energetica di quest’anno. Racconta che il sistema di sicurezza costruito dopo il 1973 sta funzionando, ma sta anche consumandosi.
Il principio è quello di una polizza collettiva. L’Agenzia internazionale dell’energia, fondata nel 1974 proprio dopo il primo shock petrolifero, impone ai Paesi membri di detenere scorte equivalenti ad almeno novanta giorni di importazioni nette. In caso di interruzione grave dell’offerta, le riserve possono essere rilasciate in modo coordinato: si immettono barili sul mercato per calmierare i prezzi e dare tempo alla filiera di riorganizzarsi.
È esattamente ciò che è accaduto nel 2026. Con lo Stretto di Hormuz di fatto richiuso da luglio e i carichi in uscita dal Golfo scesi da venti a poco più di dodici milioni di barili al giorno, le riserve globali si sono ridotte di 410 milioni di barili dall’inizio del conflitto fra Stati Uniti e Iran. Solo nel mese di luglio il calo è stato di 69 milioni.
Il rilascio funziona finché il mercato crede che possa continuare. Nel momento in cui gli operatori si convincono che il serbatoio è quasi vuoto, l’effetto calmierante si inverte: la scarsità delle scorte diventa essa stessa un fattore di rialzo.
Perché il barile continua a salire
Ed è più o meno il punto in cui ci si trova. Nella seduta del 10 settembre il Brent ha superato i 102 dollari al barile, il WTI americano i 97,6. Una settimana prima il greggio europeo stava sotto i 95. Ogni volta che il petrolio prezzo reagisce a una notizia militare — cinque petroliere iraniane distrutte dalle forze statunitensi, attacchi Houthi alle infrastrutture saudite, compresa la raffineria di Jazan da 400 mila barili al giorno — il movimento è amplificato dalla consapevolezza che i cuscinetti si stanno assottigliando.
A questo si aggiunge un elemento di offerta: la produzione OPEC di agosto è stimata in calo di 900 mila barili al giorno, a 19,91 milioni, soprattutto per la riduzione dell’output saudita. Non un taglio deciso in una sala riunioni, ma subito sul campo.
L’altra faccia: la capacità inutilizzata
Accanto alle riserve esiste un secondo ammortizzatore, meno noto e più importante: la spare capacity, cioè la capacità produttiva che alcuni Paesi possono attivare in tempi rapidi. In condizioni normali è la vera assicurazione del mercato, perché non si esaurisce come una scorta.
Il problema, in questa crisi specifica, è geografico. Buona parte di quella capacità si trova all’interno del Golfo Persico, cioè oltre il collo di bottiglia che è stato chiuso. Poterla produrre non serve se non può essere caricata su una nave e portata fuori. È la ragione per cui gli analisti guardano soprattutto alle rotte alternative, agli oleodotti che aggirano Hormuz e alla loro capacità effettiva, che è una frazione dei volumi normalmente in transito.
Sul futuro non c’è consenso, e la divergenza è insolitamente ampia. L’Agenzia internazionale dell’energia prevede che nel 2026 il mondo consumerà 1,6 milioni di barili al giorno in meno rispetto al 2025: sarebbe la prima contrazione dai mesi della pandemia, causata dai prezzi elevati e dalla chiusura prolungata dello stretto. L’OPEC, al contrario, continua a stimare una crescita dei consumi, sia pure ritoccata al ribasso per il quarto mese di fila. Fra le due proiezioni ballano circa 2,2 milioni di barili al giorno.
Chi ha ragione lo si saprà solo a consuntivo. Nel frattempo, le due letture producono strategie opposte: chi crede alla domanda debole si aspetta che il prezzo scenda appena si allenta la tensione militare; chi crede alla domanda solida si aspetta che ogni barile sottratto oggi diventi un rincaro strutturale.
Per chi guida un’auto o gestisce un’impresa la traduzione è immediata. Il 10 settembre 2026 la benzina self service viaggiava a 2,077 euro al litro e il gasolio a 2,184, ai massimi dal 2022. Senza il taglio dell’accisa sul diesel, prorogato di dieci giorni in dieci giorni, il gasolio sarebbe già a 2,346 euro, oltre il record storico del marzo 2022.
Le riserve strategiche sono state pensate per evitare esattamente questo. Cinquant’anni dopo la loro invenzione, servono ancora a guadagnare tempo. La domanda che nessun serbatoio può risolvere è che cosa si sceglie di fare con il tempo guadagnato.






