Dopo “Ambra” [https://www.oggicronaca.it/2020/08/per-i-nostri-lettori-il-racconto-breve-ambra-di-giulia-quaranta-provenzano/], “La storia di un sogno” [https://www.oggicronaca.it/2020/09/per-i-nostri-lettori-la-storia-di-un-sogno-breve-racconto-di-giulia-quaranta-provenzano/] ed “EsSere” [https://www.oggicronaca.it/2020/09/per-i-nostri-lettori-il-racconto-essere-di-giulia-quaranta-provenzano/], anche questo weekend desideriamo condividere con i lettori un altro breve racconto. Ecco dunque “In un giorno d’estate”, frutto della preziosa sensibilità di Giulia Quaranta Provenzano.

Passeggiata lungomare in pieno sole. D’un tratto non riuscì a proseguire oltre. Si fermò davanti ad un muretto che la salsedine aveva tanto corteggiato negli anni, fino a corroderlo, e si ritrovò d’improvviso persa a guardare alcuni bambini sguazzare nell’acqua. Vi erano persino arzille nonnine in riva al mare ed anche sul bagnasciuga insieme ai nipoti a ridere e giocare con la bocca tutta impiastricciata di pizza, altri felici addentare la merenda sul variopinto telo unto e bisunto dalla focaccia più grossa di loro che eppure non avrebbero scambiato con nulla al mondo. Beati loro! pensò la giovane donna, il cui peso di cupi pensieri ed inesausto aveva logorato ogni allegria. 


Al di fuori di quella mansarda dove era solita maledire la sua piatta e ripetitiva esistenza di schiava di sciocchi doveri autoimposti, nella rincorsa al guadagno, per soddisfare mere richieste d’una folle materialità per quella facciata di posticcia perfezione, si sentiva costantemente inadeguata, una detestabile quanto più debole bugiarda. 

Con nel cuore la morte si obbligò a guardare ancora, meglio, la spiaggia di sotto. Notò allora pure alcune ragazze che potevano essere benissimo sue coetanee distese e mezze nude a prender la tintarella, altre con in mano il cellulare a ridere e sghignazzare complici di chissà qual conturbante segreto amoroso. Una coppia se ne stava sulle sdraio di legno sbiadito sotto l’ombrellone a sbirciare intorno e di continuo a confabulare qualcosa impossibile da giungere all’orecchio d’estranei. Una figlia stava spalmando la crema alla madre e disegnando arabeschi sulla schiena di questa; poi non le passò inosservata neppure una chioma bianca come il latte a far ginnastica immersa sino quasi alla vita dentro a quella tavola d’olio in cui tutti parevano stare a proprio agio. Solo lei, quell’osservatrice solitaria non aveva ancora trovato la propria, inverante, collocazione nella staffetta degli attimi.

Ed eccola: una piccolina coi braccioli color anguria saltellava come un grillo sui ciottoli baciati da entusiasmo in balzi d’incoscienza e pari grezza curiosità, andava avanti ed indietro seguita da un’altra bimbetta a farle da ombra nel silenzio religioso di un tempo pieno, fantasia a dipingere appagata fuori da ogni contorno d’immaginabile ed uso.

Intanto la gente continuava a passare a fianco della trentenne e, ben che andasse, le lanciavano occhiate interrogative ma ognuna era una freccia al constato di lei triste, per lei inquieta che sentiva gli occhi delle persone compatire quella sua insolita infelicità terrena così in contrasto con l’ancora, tutto sommato, verde età. Il fatto era che aveva già lottato molto strenuamente nella vita, aveva conosciuto la morsa di sacrifici, delusioni, impotenza e rifiuto, il gusto amaro della perdita di occasioni, speranza ed amore. Soltanto nell’Arte si sentiva a casa, cessava ogni strenue tensione ché in essa tutto trova senso, e pur quella sensazione di pochezza e limitazione di cui nel quotidiano sapeva rimanere un soldatino recluso.

L’impegnarsi troppo a scuola, nello sport, nelle relazioni tra brillanti maschere in competizione aveva soffocato il suo più fluido e sorprendentemente bello essere in costante divenire e …ora a fatica la si intravedeva solo laddove chiuse le porte all’emozione che fa ridere e sorridere, nell’abbandonata speme nel sogno ed ove persa la voglia di ricominciare sempre. Non vi era più in lei la benché minima fiducia in alcunché.

D’un baleno un refolo e note conosciute giunsero ad accarezzarne la chioma raccolta come in Grecia antica. “Tutto questo tempo a chiedermi Cos’è che non mi lascia in pace Tutti questi anni a chiedermi Se vado veramente bene Così Come sono Così”. Aveva già ascoltato tale melodia e stille in notti insonne. Chiuse gli occhi. “E la verità è che Ho aspettato a lungo Qualcosa che non c’è Invece di guardare il sole sorgere Questo è sempre stato un modo Per fermare il tempo E la velocità I passi svelti della gente La disattenzione Le parole dette Senza umiltà Senza cuore così Solo per far rumore”. Una fitta al petto e ritornò nell’adesso.

Catturò ebbene la sua attenzione un ragazzo talmente magro da riuscire a vederne, su quel gracile corpo cartacarbone, i pensieri. Stava in piedi, con i piedi appena immersi nell’acqua della riva, parecchio ingobbito. Se non avesse avuto l’intero mare a disposizione, se soltanto avesse voluto goderne, sarebbe stato consono affermare che sembrava un pesce fuor d’acqua ma, quello, non era né pesce né carne. Era pietra, trincerato nelle sue molteplici insicurezze che più tentava di nascondere e più rifletteva all’esterno, evidenziate da stropicciata goffaggine e smarrimento interiore.

Un’altra ragazza si guardava le unghie. Sembravano uncini o rostri di arpie. Occhialata scura sul naso nella foga d’apparire forse la più ammirata, eppure non era per niente sicura di sé. Traspariva dal suo volto ostile, come se tutto e tutti fossero una minaccia a quel castello di carte da baro, e questa a scaricare la sua profonda fragilità in un narcisismo tarocco, in un narcisismo di facciata alimentato di certo dalla pena di bandite frustrazioni ed allontanati quesiti. Voleva provare la sensazione d’essere importante ed invidiata, però all’opposto stava regalando un incontrollato potere agli altri. Che quel che si trasmette (e dunque si dà), si sta chiedendo è una legge universale. Quel che si chiama, si attrae.

Panf!, alcuni operai che stavano lavorando alla chiesa lì vicino interruppero il flusso di coscienza della giovane osservatrice. Fece appena in tempo a riudire l’amata voce, sottofondo ad ogni suo battito, salutarla con Oh, ci sei anche tu?! E rivide allo spioncino della memoria quell’affascinante sguardo a sorriderle alcune settimana prima, quell’acuto bagliore che avrebbe fatto scogliere persino un’intera miniera di sale ma non lei più contenuta e fredda di un iceberg. Soltanto lui tuttavia riusciva a renderla presente a se stessa, soltanto con lui in ultimo era sempre vera. Veli d’un finto paradiso a cadere nel più autentico inferno dell’amare.  Passione. I secondi si fermarono mentre le stelle a fumare, ogni giorno fra i ricordi a bruciare come fiamme sulla sua pelle. Ustione e tremore, tal fu la sua offerta d’amore.

Giulia Quaranta Provenzano