Come vi abbiamo raccontato nel nostro approfondimento sul suo viaggio, Paolo Aurelia Puccini è partito da Tortona lo scorso 1° marzo in sella a un quadriciclo a pannelli solari, diretto a Singapore insieme al suo cane Jack. Attualmente in Polonia, ci siamo messi in contatto con lui per farvi raccontare in prima persona le motivazioni profonde, le difficoltà e le gioie di questa sua odissea su ruote.

Paolo, come nasce l’idea di un’avventura così radicale ed estrema a 65 anni?
«Tutto è iniziato quando, a 64 anni, sono rimasto senza lavoro perché non mi hanno più rinnovato il contratto. Con la crisi che c’è, è veramente impossibile che una persona come me, pur avendo molteplici esperienze lavorative, possa trovare un nuovo impiego. Lo spazio viene dato sempre ai più giovani, perché per loro si pagano meno tasse allo Stato. L’idea di questo viaggio mi è venuta perché, restando a Tortona senza un’entrata, avrei accumulato solo debiti tra bollette, affitti e spese quotidiane. Così ho iniziato a vendere le mie cose e ho organizzato questa partenza».
Il tuo mezzo di trasporto è incredibile. Quanto tempo e quante risorse ha richiesto?
«Ci ho messo otto mesi per sistemare la bicicletta e costruire il carrello che si apre e diventa un posto comodo per dormire. Ovviamente è stato tutto a mie spese, perché è molto difficile avere uno sponsor specialmente se non sei conosciuto. La bicicletta è costata 6.500 euro, a cui vanno aggiunti circa 2.000 euro tra pannelli solari e strutture in alluminio Ilcarrello, che è costato in tutto 2.800 euro, è letteralmente un prototipo: sto già pensando di migliorarlo e magari di cercare qualcuno disposto a produrlo per altri viaggiatori».
Come si svolge una tua giornata tipo e quali sono le maggiori difficoltà tecniche?
«Pensavo di fare molti più chilometri al giorno, ma in realtà tengo una media di 35, massimo 50 km. Ogni giorno dipende dal tempo: se c’è molto sole è più facile perché mi ricarica le batterie del mezzo, mentre se c’è maltempo, come in questi giorni sto fermo aspettando che smetta di piovere. A volte mi devo fermare anche per uno o due giorni. Le uniche vere difficoltà sono di natura logistica e stradale, specialmente se trovo delle salite che superano l’8% di pendenza, perché ho dietro un carrello piuttosto carico e pesante».
Perché hai scelto proprio Singapore come traguardo?
«L’obiettivo di Singapore è stato scelto perché è il punto terrestre più lontano a cui potevo arrivare senza dover prendere treni, aerei o grossi traghetti. Per un mezzo come il mio carrello non c’è possibilità di imbarco, al massimo posso prendere un traghetto che fa da sponda a sponda per percorsi molto brevi».
Affrontare così tanti Stati significa anche scontrarsi con la burocrazia dei visti. Come ti sei organizzato? «In molti Paesi il visto si fa direttamente all’ingresso, ma ci sono eccezioni complesse. Per la Russia, ad esempio, ho dovuto farlo in anticipo, ma dovrò annullarlo e rifarne uno nuovo altrimenti i 90 giorni di validità non mi basteranno per arrivare in Kazakistan. In Kazakistan il visto vale un anno, e in Cina si può stare 12 mesi, ma con l’obbligo di entrare e uscire una volta al mese. Il Sud-Est asiatico, invece, è piuttosto costoso: per Laos e Thailandia il visto costa circa 50 euro al mese, mentre in Vietnam dovrebbe costare un po’ meno».
A livello umano, cosa ti sta sorprendendo di più in questi primi mesi di viaggio?
«La cosa che mi ha sorpreso di più uscendo dall’Italia è vedere quante persone siano gentili e ben disposte ad aiutarmi. Mi offrono ospitalità, mi permettono di ricaricare le batterie, farmi una doccia o lavare i panni. È incredibile: non devi chiedere niente a nessuno, sono le persone che arrivano spontaneamente per aiutarti. In questo viaggio riscopri te stesso, hai l’occasione di dialogare con te stesso e scopri che, alla fine, siamo tutti persone, tutte uguali».
Qual è il messaggio che vuoi lanciare con questa tua impresa?
«Oggi purtroppo veniamo etichettati in base a come le persone ci vedono e al loro metro di giudizio. Io mi dissocio da tutto questo, l’unica cosa che mi interessa è essere coerente col mio pensiero e con le mie idee. Dedico questo viaggio alla pace e al rispetto tra i popoli, perché c’è troppo odio e troppa aria di guerra, e il mondo non ha bisogno di questo. Proprio stamattina ho fatto una grossa scritta “PACE” sul bordo del carrello. Diciamo che viaggi come questi sono follie che di solito si fanno tra i 30 e i 40 anni, e non a 65 come me… ma sinceramente è davvero un bel viaggio».





