Venerdì 27 marzo 2026, Sala Lux di Rivarolo Canavese. Come ogni anno, il Comune consegna i Sigilli Civici alle persone che ne hanno onorato la comunità.

Tra i premiati c’è un’imprenditrice, Carla Zerbini, e la motivazione del premio intreccia tre fili, la dedizione alla famiglia, i risultati nell’impresa, la generosità verso il territorio.

Dietro quelle poche righe c’è una vicenda che vale la pena riavvolgere. Perché racconta com’era, e per molti versi com’è ancora, essere una donna alla guida di un’azienda manifatturiera.

Al vertice di una metalmeccanica negli anni Settanta

La storia parte da un’officina di ricambi per auto e moto aperta a Rivarolo nel 1929 da Carlo Zerbini insieme al figlio Luciano. Quando, nei primi anni Settanta, Luciano scompare prematuramente, è la figlia Carla Zerbini ad assumere la presidenza dell’azienda, affiancata da Sergio Antonietto e dal marito Piero Chiarabaglio, entrato come direttore tecnico.

Per cogliere quanto fosse insolito quel passaggio, basta guardare i numeri di oggi. Secondo l’Osservatorio Unioncamere, le imprese femminili sono il 22,3% del tessuto produttivo nazionale, e la quota scende ancora quando si entra nei capannoni della manifattura, dove la presenza femminile resta tra le più basse di tutti i settori.

Se questa è la fotografia attuale, si può immaginare il quadro di cinquant’anni fa: una donna ai vertici di un’azienda metalmeccanica era un’anomalia statistica prima ancora che culturale. Lei resse il timone senza proclami, lasciando parlare i risultati.

I mercati esteri come banco di prova

E i risultati arrivarono soprattutto su un fronte: l’estero. È sotto la sua presidenza che l’azienda di famiglia apre i mercati internazionali, in anni in cui esportare significava fiere, telefonate intercontinentali e valigie, senza e-mail a fare da rete di sicurezza.

Quell’officina di Rivarolo, intanto, era diventata Zeca: avvolgicavo, avvolgitubo, lampade e attrezzature professionali che oggi raggiungono officine e industrie di oltre novanta paesi nei cinque continenti. Il perimetro commerciale costruito allora regge ancora, ed è la misura più concreta di quella leadership.

L’azienda, oggi guidata dalla quarta generazione, ha chiuso il 2025 con la certificazione della parità di genere UNI/PdR 125: il riconoscimento che attesta, indicatori alla mano, equilibri tra uomini e donne in carriera, retribuzioni e conciliazione.

Nel 2010 il timone è passato a Marco e Paolo Chiarabaglio, figli di Carla. Sotto la loro guida l’impresa ha continuato a crescere e ha messo nero su bianco, attraverso la verifica di un organismo terzo, una cultura organizzativa che non è nata con la certificazione.

È un dettaglio che merita attenzione. Le prassi di parità, quando arrivano per decreto o per moda, si vedono: restano in superficie, faticano ad attecchire. Quando invece un’azienda ha avuto una donna in plancia di comando già mezzo secolo fa, la parità ha radici che precedono il vocabolario con cui oggi la raccontiamo.

Le pioniere non sanno di esserlo

Torniamo alla Sala Lux. Nella serata dei Sigilli Civici, la parte più interessante è forse ciò che non viene detto: nessuno, nella motivazione, usa parole come “pioniera” o “esempio per le donne”. Si premia un’imprenditrice per quello che ha costruito, punto.

Ed è giusto così. Le carriere come quella di Carla Zerbini nascono dal lavoro quotidiano, e solo a distanza di decenni rivelano quanto hanno spostato il confine del possibile. Il manifatturiero italiano, dove le donne al timone restano poche, di storie così ha bisogno soprattutto per una ragione pratica: ricordare che il talento direttivo non ha genere, e che qualcuno lo aveva capito molto prima che servisse certificarlo.