Massimo Bigi nasce in provincia di Perugia, a Castiglione del Lago, il 26 aprile 1958. Appassionato di musica fin da bambino, impara presto a suonare la chitarra ma – benché il talento per il cantautorato scorra in lui – la vita lo porta a fare ogni sorta di lavoro per mantenersi, dal bagnino al giardiniere.

Nel 1993 l’umbro diventa direttore di produzione di Enrico Ruggeri, proprio l’anno in cui il cantautore vinse il Festival di Sanremo con “Mistero”, e da lì a pochi anni diviene poi il suo tour manager solidificando in questo modo un rapporto di stima reciproca. Dopo un periodo di assenza, Massimo torna dall’artista originario di Milano con un bagaglio di esperienze complicate, tanto da produrre canzoni sofferte e intense, tipiche di chi ha speso la propria esistenza senza risparmiarsi in alcuna circostanza. Massimo Bigi infatti, ad oggi, è riuscito inoltre – nonostante le situazioni impegnative che ha dovuto affrontare – a pubblicare già due libri intitolati “Grand Hotel des Guitar” e “Giocondo col tempo”.


Noi di Oggi Cronaca abbiamo voluto intervistarlo per la nostra rubrica Oggi Musica in quanto il sessantaduenne castiglionese è testimonianza, soprattutto, del sorprendente che i giorni talvolta riservano a coloro che non si arrendono nonostante l’evidenza, a coloro che credono nelle proprie capacità e non si stancano di essere appassionati, né a tal punto tenaci da apparire forse folli. Non a caso è Massimo Bigi ad averci confessato come l’augurio più grande sia, dal canto suo, quello di vivere in maniera serena l’inedita esperienza del primo cd (a cui spera ne seguano a breve altri) mentre il messaggio è quello che gli ha suggerito al telefono un amico, attualmente sindaco in un paese sul lago Trasimeno, vale a dire <<Massimo, il tuo album è il riscatto di tutti quelli come me, come noi, che hanno suonato una vita e che però non ce l’hanno fatta>>.

Dall’interiorità profonda, alla domanda su come si descriverebbe in quanto persona e come artista, Massimo Bigi risponde deciso che fatica ad andare a tempo, e che vive in maniera semplice entrambe le condizioni …e ci rivela persino che ama citare spesso la frase del film “Quel treno per Yuma”, che recita <<Un uomo dovrebbe essere tanto grande da capire quanto è piccolo>>.  

Ed ecco che, a dispetto di anni dietro le quinte, Massimo pubblica ora il suo primo disco dal titolo “Bestemmio e prego” per quello che lui chiama il caso,  fatalismo musicale giacché – dichiara lo stesso Bigi – ha sempre trovato benessere e ristoro nella scrittura come nella fatalità, e in particolare nell’amicizia con Enrico Ruggeri. Proprio ad Enrico, difatti, egli ha fatto ascoltare alcuni brani e, poiché gli sono piaciuti, da ciò è sorto il desiderio di lanciare una sfida contro niente e nessuno. Nessun mercato da appagare, solo voglie mature di sogni adolescenziali e la piacevolezza di stare insieme a una squadra di ottimi, divertenti musicisti.

Album d’esordio, “Bestemmio e prego”, che ha motivo nel dualismo e nell’antitesi che per il suo autore accompagna ciascun essere umano. Massimo Bigi afferma cioè come, a suo avviso, <<(…) difficilmente la bestemmia è cattiva e non sempre la preghiera è buona; la bestemmia può essere sincera quanto una preghiera può essere falsa e bigotta… Siamo noi, siamo fatti così>>. Pare ossia che per il cantante Dio sia uso perdonarci e noi perdonare Lui in quanto, soltanto in codesta maniera, si è e si rimane buoni amici. Massimo Bigi prosegue addirittura ammettendo subito come odi la blasfemia almeno quanto la falsità, e come bestemmi e preghi al contempo – similmente a come fa un vecchio con il mondo (l’omonima canzone parte ovvero così!).

Infine a riguardo del singolo dal sound rock “Come se fosse facile”, brano cantato da Bigi con il collega Enrico Ruggeri – che è per lui, al di là del celebre personaggio, l’amico che avrebbe voluto incontrare da piccolo, l’amico col quale giocare a pallone insieme o insieme rompere con la fionda un lampione per poi ritrovarsi adulti a parlarne [https://youtu.be/OOLVeF1v5Ps], i versi iniziali recitano <<Son qui che aspetto che cambi il tempo, che arrivi pioggia, si alzi un po’ di vento a sfiorare tutto quello che ho e che non ho (…)>> ad indicare la speranza in una catarsi. Non per niente è appunto Massimo a specificare come abbia sempre pensato al cambiamento come a qualcosa di positivo, di benevolo (cit. è chiaro che in periodi di siccità la pioggia è ristoratrice e il vento portatore di aria nuova) e nella sua intenzione non volesse assolutamente essere negativo sebbene, si renda conto a posteriori che, le canzoni spesso sono l’abito che indossiamo non in piena coscienza sul nostro stato d’animo.

Ed ancora nel testo di “Come se fosse facile”, si legge <<(…) Son qui che provo a guardarmi dentro, giù fino in fondo e di capire il senso di tutti quei pensieri che ho e che non ho (…)>> ma tuttavia, invero, per l’intervistato provare a dare un significato alla propria esistenza è un po’ privarla proprio del suo senso ed anzi l’incognita che ci accompagna è la certezza di non averne e, quindi, lo stimolo a cercarla, il foglio bianco su cui scrivere più cose possibili, possibilmente belle.

Più volte Massimo Bigi ed Enrico Ruggeri ivi ripetono in duetto <<(…) Come se fosse facile, come se fosse facile, uscire la mattina di casa, evitare ostacoli e prigioni, salutare e fare finta che va bene perché è quello che conviene>> in ragione del fatto che, in ispècie per il primo, non troppo di rado si accettano compromessi per il quotidiano, con il suo fascino e la sua complessità (cit. ogni santa mattina saliamo sopra i nostri passi e non sempre questo è semplice, almeno non per tutti. La vita è un compromesso si sa, dobbiamo solo tentare di essere abili nella trattativa). Compromesso al quale, semi inconsapevolmente, Massimo Bigi fa riferimento in rapporto con la quotidianità di cui sopra, anche perché, spiegare una propria canzone è difficilissimo, non si tratta di un’equazione o di un principio matematico bensì di una sensazione e di un’impressione sorta ed uscita di getto, e non calcolata.

In ultimo in parte travolto e stravolto dalla bella esperienza attuale e dal poco tempo a disposizione per gustarsela a pieno, prima di salutarci, lo straordinario uomo di Castiglione del Lago ci confida che vorrebbe passare l’inverno a scrivere, al principio della mattina; e ci omaggia d’una bellissima condivisione di pensiero, a sottotitolare quasi le parole del singolo “Come se fosse facile”, che dicono <<(…) Intorno a me non succede niente, intorno a me vedo solo gente diversa e così uguale a me, e come te (…)>> e cioè del suo credo consistente nell’idea che il dono più inestimabile dell’uomo sia l’umanità e che dovremmo approfittarne, e magari esagerare in questa… per Massimo Bigi ossia la fragilità degli uomini risiede nella solitudine, perciò provare a far star bene gli altri non è mero altruismo ma piuttosto quel sano egoismo che dà alla prima persona benessere.

Giulia Quaranta Provenzano