Nei giorni scorsi, i militari della Compagnia di Acqui Terme hanno notificato a quattro persone l’avviso di conclusione di indagini nell’ambito dell’attività convenzionalmente denominata “Big Mama” in materia di reati contro la pubblica amministrazione.

L’attività investigativa, iniziata alla fine del 2017 e durata oltre un anno, ha permesso di disvelare diverse irregolarità e fattispecie penalmente rilevanti riguardanti la gestione dell’IPAB Jona Ottolenghi di Acqui Terme.


I quattro indagati sono:

  • M.P.S., 63 anni, già alto dirigente del Comune di Acqui Terme (da pochi mesi in quiescenza) e dello stesso IPAB;
  • R.C., 66 anni, Presidente dell’istituto;
  • S.R., 46 anni, impiegata nell’istituto;
  • S.Ra., 48 anni, già amministratore di una cooperativa che forniva servizi per l’istituto.

L’attività investigativa ha avuto inizio a seguito di una raccolta informativa che aveva permesso di acclarare una serie di “stranezze” all’interno dell’IPAB, prima fra tutte la presenza, tra i dipendenti della cooperativa, con funzioni di vicepresidente, del figlio di M.P.S..

Le indagini, supportate da acquisizioni documentali, escussioni testi e perquisizioni sia negli uffici dell’IPAB che presso le abitazioni di alcuni degli indagati, hanno permesso il disvelamento di molteplici reati e condotte illecite basate essenzialmente su diversi filoni investigativi.

Il primo, riguardante la gestione dei servizi sanitari interni, ha fatto emergere come lo Jona Ottolenghi, ancora ente pubblico, affidasse l’appalto, da oltre dieci anni e del valore di oltre 600.000 euro l’anno, alla medesima cooperativa, guidata da S.Ra., senza effettuare alcuna gara ma procedendo a un automatico rinnovo (prima biennale, negli ultimi anni annuale) in collusione con il presidente dell’istituto e dell’impiegata amministrativa.

Le modalità di rinnovo erano piuttosto semplici. In sede di consiglio di amministrazione, M.P.S. e R.C. presentavano ai consiglieri il rinnovo come una cosa già decisa e da farsi senza appalto. Si presentavano alle riunioni con le delibere già scritte dall’impiegata S.R e pronte da firmare, senza alcuna discussione. I consiglieri, fidandosi della altissima preparazione professionale di M.P.S. (dirigente del Comune per oltre 30 anni), avevano sempre proceduto alla firma.

Inoltre, i rinnovi degli ultimi anni, dopo che il figlio di M.P.S. era stato assunto all’interno della cooperativa (con il sorgere di un palese conflitto di interessi), avevano visto la medesima gestione, con delibere falsificate (veniva attestata l’assenza in sede di decisione di M.P.S., invece regolarmente presente e, anzi, attiva nel far ottenere il rinnovo automatico pur in presenza di un proprio interesse confliggente).

Per questo filone, i tre erano stati deferiti con le accuse di abuso d’ufficio, turbativa d’asta e falsità materiale in atto pubblico.

Proprio in occasione di uno dei rinnovi, alcuni anni fa, M.P.S. aveva di fatto obbligato S.Ra. ad assumere quasi contestualmente il di lei figlio nella cooperativa e, nel corso degli anni, l’aveva indotta, assieme agli altri soci, a nominarlo dapprima responsabile di una parte del personale poi addirittura a farlo eleggere vice presidente della cooperativa con annesse remunerazioni supplementari. Le indagini hanno anche permesso di acclarare come il figlio spesso non si presentasse al lavoro o facesse orari a suo piacimento e facesse “il bello e il cattivo tempo” con i turni degli altri operatori, tutti timorosi di lui a causa della parentela.

Per questi fatti, la dirigente e l’amministratrice della cooperativa, in quello che dalle indagini è apparso come un vero e proprio accordo corruttivo, erano state deferite con le accuse di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio.

Non finisce qui: M.P.S., vera e propria domina di tutto l’istituto e di ciò che dentro vi avveniva (da qui il nome Big Mama dato all’indagine), abusando della propria qualità anche di dirigente del Comune di Acqui Terme, aveva obbligato per quasi dieci anni una dipendente comunale, una volta a settimana, utilizzando l’autovettura di servizio e in orario di servizio, a distogliersi dal proprio lavoro per portare a tutti i pazienti dell’istituto generi alimentari. Per questo era stata deferita per peculato.

Un altro filone investigativo aveva indagato sui collegamenti tra l’IPAB e il Comune di Acqui Terme. L’attività, che ha visto la piena collaborazione dell’amministrazione comunale, ha permesso di disvelare, anche qui, diverse fattispecie illecite.

La M.P.S., infatti, come dirigente del Comune, aveva l’obbligo di richiedere annualmente l’autorizzazione all’ente comunale per poter svolgere le funzioni di dirigente presso l’IPAB. Tale autorizzazione comportava una certificazione di assenza di controindicazioni e di incompatibilità che, se presenti, ne avrebbero comportato la revoca. M.P.S., invece, aveva sempre dichiarato di non avere controindicazioni, nonostante, a partire dal 2014, il figlio lavorasse nell’istituto. In questo modo, aveva potuto lavorare presso L’IPAB e ottenere un’indennità (che i Carabinieri hanno quantificato in circa 1.000 euro al mese incassati per anni) che la donna avrebbe illecitamente introitato. Per questo motivo era stata deferita per falsità ideologica e abuso d’ufficio.

Inoltre, quale dirigente responsabile dei servizi finanziari e quindi della redazione del bilancio, aveva inserito all’interno del bilancio del Comune di Acqui Terme un capitolo con una somma destinata annualmente all’IPAB. Questa somma, che a prima vista sembrava un contributo che l’amministrazione comunale devolveva a un ente benefico, era invece il frutto di un giro contabile molto particolare.

Da oltre venti anni, per un accordo tra comune e IPAB, infatti, alcuni dipendenti comunali vengono “prestati” per alcune ore mensili all’istituto per mansioni di tipo finanziario (redazione bilancio, busta paga, ecc.) e avrebbero dovuto avere, dall’IPAB, una retribuzione. Invece, a pagare era comunque il Comune, con un giro contabile. Annualmente, il Comune di Acqui dava all’istituto una somma (per il periodo di indagine complessivamente pari a circa 50.000 euro) che lo stesso istituto, pochi giorni dopo, restituiva intatta all’ente comunale affinché questo ci pagasse la retribuzione supplementare dei dipendenti. Praticamente l’IPAB utilizzava dipendenti comunali (ovviamente estranei ai fatti d’indagine) pagandoli con i soldi del Comune, che quindi si trovava a pagare per attività compiute conto terzi. Per questi fatti, M.P.S. era stata deferita per abuso d’ufficio.

Altro filone aveva riguardato i rimborsi spese che la dirigente aveva ottenuto dall’IPAB, pari a quasi 25.000 euro, risultati come indebite percezioni. L’analisi dei bilanci e degli altri documenti amministrativi dell’ente avevano evidenziato delle profonde stranezze.

Innanzitutto le richieste di rimborso spese erano assolutamente generiche, prive di riscontri e di pezze giustificative. Erano delle mere lettere, a volte tutte uguali, che indicavano diciture generiche (“viaggio a …”) senza alcun riferimento temporale. L’attività d’indagine aveva permesso di acclarare l’assoluta infondatezza di molti di questi viaggi per servizio.

I Carabinieri, scandagliando i conti dell’ente, non avevano mai visto le somme derivanti dalle richieste di rimborso uscire fisicamente e finire nelle tasche del dirigente, ma solo formalmente nei bilanci. Contestualmente, però, una somma di pari entità veniva a entrare nella dotazione dell’ente quale “donazione” fatta da M.P.S. stessa. Si trattava perciò di un altro artifizio contabile (di fatto le operazioni erano inesistenti) che, mediante la redazione di falsi atti di richiesta di rimborso e di contestuale donazione, permetteva ad M.P.S. di dedurre tali somme (quantificate in oltre 30.000 euro) dalle imposte, mediante inserimento delle false donazioni nelle dichiarazioni dei redditi. L’analisi di queste ultime ha permesso di confermare tale assunto. Per questi fatti, M.P.S. era stata deferita per evasione fiscale, frutto di falsi documenti contabili, mentre per la redazione di questi ultimi era stata deferita la dipendente S.R., per emissione di documenti per operazioni inesistenti.

Infine, l’ultimo filone d’indagine ha visto indagare sull’appalto dell’IPAB nell’anno 2018. Infatti, alla fine del 2017, quando i Carabinieri di Acqui si erano presentati una prima volta presso l’istituto, sottoponendo a sequestro diversa documentazione, M.P.S. e S.R. avevano immediatamente avviato le procedure per la gara d’appalto mai compiuta al fine di coprire le magagne commesse in precedenza. M.P.S. aveva anche dato le dimissioni dall’ente IPAB, pur procedendo essa stessa alla redazione del bando di gara e, nel prosieguo, continuando ad avere enorme potere e influenza sull’ente. Alla gara, ovviamente, aveva partecipato anche la cooperativa di S.Ra. e del figlio di M.P.S..

Le indagini, frutto di attività tecnica e di modalità di indagine tradizionale (escussione testi e servizi di osservazione) avevano permesso di acclarare come M.P.S. avesse non solo aiutato S.Ra. nella redazione dei documenti di gara ma poi avesse fatto numerose pressioni sulla sua “ex” dipendente S.R. (presente nella commissione giudicatrice) per far vincere la cooperativa dove lavorava il figlio. Solo per circostanze esterne, la gara veniva vinta da altra ditta. Per questi fatti, M.P.S. e S.R. erano state deferite per turbativa d’asta.

Infine, la sola S.R., durante la gara d’appalto, quale membro della commissione giudicatrice, aveva anche fatto diverse rivelazioni a S.Ra su alcuni elementi riguardanti le ditte in gara. Era stata deferita per violazione del segreto d’ufficio.

Tutti gli indagati potranno ora richiedere di essere interrogati in attesa dell’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.