Egregio Direttore,

nella mattinata del 14 luglio, i sismografi nazionali hanno registrato una scossa tellurica con epicentro a profondità di 64 Km, localizzata in provincia di Alessandria, nello specifico ad interessare il piccolo Comune di Solonghello.


La scossa, di magnitudo 2.4, non ha, ovviamente, provocato danni a cose o persone, né risulta sia stata percepita, avendo avuto origine ben 64 Km sotto la superficie terrestre.

Fin qui, una “non-notizia”. Dove sta, allora, la questione di rilievo? Semplicemente nella zona geografica interessata.

Solonghello si trova ad una decina di Km dalla centrale dismessa di Trino Vercellese, ed a circa 25 dal deposito scorie nucleari di Saluggia, uno dei tanti residui della breve stagione nucleare italiana, a cui hanno posto fine i referendum.

La centrale di Trino, che con Saluggia condivide il triangolo di terra delimitato dalla Dora e da due grossi canali irrigui che alimentano le risaie piemontesi, nacque nel finire degli anni ’60 come centro di ricerca all’avanguardia sull’energia nucleare. Tale polo comprendeva, accanto al reattore di Trino, anche il deposito Eurex a Saluggia, che operò alcuni anni come impianto di ritrattamento dei rifiuti di combustibile, allo scopo di recuperare il preziosissimo plutonio residuo.

A Saluggia, in particolare, è associata la scomoda celebrità di essere un sito altamente instabile, con in più il rischio, sgradevolissimo, di inondazione, vista la prossimità con la Dora Baltea. Nell’alluvione del 2000 si sfiorò addirittura la “catastrofe planetaria”, per usare le stesse parole del premio Nobel Carlo Rubbia.

 

L’eredità di una stagione inutile

 Le quattro centrali italiane a energia nucleare, durante tutto il periodo del loro esercizio, produssero in totale 93 miliardi di kilowatt/ora di energia, secondo i dati diffusi da Gian Piero Odio, ex ricercatore del centro Eurex, ed oggi attivista di Legambiente.

Per un paese che ne consuma in media un miliardo al giorno, il prodotto dell’infausta esperienza nucleare appare, al confronto, abbastanza risibile: poco più di tre mesi del fabbisogno di energia.

Se il gioco dovesse valere la candela, il “NO” espresso dai referendum appare ancor più giustificato.

Dalla parentesi nucleare, in compenso, abbiamo ricavato un pesante lascito, rappresentato dal rischio radioattivo per i millenni (e le generazioni) a venire; eredità giacente, per buona parte, nel Vercellese, zona limitrofa alla scossa sismica in oggetto, a ridosso del letto di un fiume da cui attingono importanti acquedotti e che, sfortunatamente, si è già fatto notare per la tendenza a esondare.

“Siamo di fronte a una situazione unica al mondo” – dichiarò qualche anno fa il Nobel Carlo Rubbia, presidente fino al 2005 dell’ENEA – “La possibilità, se pure remota, di una contaminazione della falda freatica, e quindi di tutta la Pianura Padana, sarebbe una tragedia a livello planetario”.

 

Spesso si pensa che la stagione del nucleare in Italia sia terminata con i referendum, e che il rischio nucleare non ci sia più. In realtà, la procedura di dismissione non è così semplice: il problema più grosso è rappresentato proprio dalle scorie. Quando si inizia a produrre energia nucleare, i residui dei processi rimangono per un tempo che nessuno sa definire, se non in termini approssimativi, comunque dell’ordine di decine di migliaia di anni.

Un ulteriore rischio: la pericolosità sismica

 A focalizzare l’attenzione degli esperti su questo ulteriore aspetto, è stato il terremoto che ha colpito il Giappone nel 2011, con il conseguente tsunami che ha seriamente danneggiato la centrale nucleare di Fukushima, fatto registrare migliaia di vittime ed incalcolabili danni all’ambiente (spesso fatti passare sotto traccia).

Quando vengono costruite le centrali, un “summit” di esperti sismologi si riunisce per valutare (sulla base dei dati passati) quale possa essere il grado massimo che può colpire una determinata area, e per il Giappone, in base ai dati storici, si era calcolato un evento sismico massimo possibile di magnitudo 7.2.

Fukushima era pronta a supportare tale urto ma, come tutti sappiamo, il sisma ha raggiunto magnitudo 9.0, ed ha devastato tutto.

 

In Italia, nel passato, raramente si è dimostrato di saper fronteggiare gli eventi naturali, e per il futuro è difficile spendere dell’ottimismo, visti anche i tagli operati ai fondi per il rischio idrogeologico.

I pericoli, però, sono sempre là sotto. Che si chiamino falde o epicentri, le scorie rimangono esposte ad eventi difficilmente prevedibili e comunque non quantificabili. Insieme a loro, i rischi di contaminazione nucleare. Nel momento in cui la Natura decidesse di rammentarcelo seriamente, e non attraverso piccole “avvisaglie” come questa piccola scossa, sarebbe già troppo tardi.

 Annamaria Agosti

15 luglio 2014