Nuova lettera di Annamaria Agosti sui Bidoni di Carbonara Scrivia, la cui situazione è sempre più grave. In un secondo recente sopralluogo alla zona del Cadano si scoprono situazioni ambientali gravissime come la presenza di Bidoni tossici addirittura nel laghetto, ma vi lasciamo alla lettura con la pubblicazione di nuove foto che testimoniano lo scempio ambientale perpetrato 28 anni fa a ridosso del torrente Scrivia.

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Residui di materiale contenuto nei bidoni all'aria aperta. Cosa ci sarà?

Residui di materiale contenuto nei bidoni all’aria aperta. Cosa ci sarà? – Foto archivio SG

Egregio Direttore,

l’incubo dei bidoni tossici sembra senza fine. All’interno dell’area recintata, prospiciente il laghetto artificiale, sono ancora presenti parecchi fusti sventrati, schiacciati, con il loro contenuto di veleni e tossine esposti all’aria, all’acqua, al suolo ed alla fauna selvatica.

Se il sopralluogo recentemente effettuato al Cadano di Carbonara ha riconsegnato all’attualità l’ingombrante presenza di rifiuti tossici a pochi metri dallo Scrivia, le operazioni di bonifica, purtroppo, sembrano ancora troppo lontane dall’accostarsi, seppure marginalmente, ad una fase operativa di totale rimozione.

Chi c’è stato, assicura che non servirebbero nemmeno strumenti, per capire che si tratta di rifiuti pericolosi: man mano che ci si avvicina al laghetto, l’odore di idrocarburi diventa sempre più percepibile. E pensare che qui, sull’area bonificata, il Comune di Carbonara voleva realizzare una specie di oasi, a recupero del parco naturale dello Scrivia.

La rete di recinzione è stata forzata dal passaggio di animali selvatici, che, con l’acqua di quel laghetto, si dissetano.

Un fusto esploso, anche in questo caso all'aria senza protezione

Un fusto esploso, anche in questo caso all’aria e senza protezione alla mercé degli animali – Foto archivio SG

La dissennata incoscienza dei bisogni primari, schiavi dell’istinto, fa rabbrividire. Seguendo le impronte di un cinghiale ancora impresse nel terreno, si entra, e lì dentro, la situazione appare ancora più critica degli scenari già narrati all’esterno dell’area delimitata. I fusti sono ancora lì, il loro contenuto è visibile, esposto; su una lamiera arrugginita si legge, ancora, una scritta: “Industrie”.

Il fondo del laghetto – ci è stato assicurato – venne realizzato con apporto di ghiaia fresca. Ma, di fatto, quanto veleno esiste ancora, nel terreno circostante? In questi trent’anni, con l’infiltrazione di acqua che ha diluito gli inquinanti nel suolo e sottosuolo, nelle falde e nei corsi d’acqua circostanti, esiste il concreto rischi che l’area contaminata si sia ampliata.

Quelle sostanze cancerogene, mutagene e quant’altro possano rappresentare di pericoloso, potrebbero essere entrate nel ciclo alimentare. Piante, animali e uomini, forse, sono entrati in contatto, involontariamente, con le sostanze tossiche, ammalandosi e in molti casi, anche morendo.

La situazione è bloccata su di un binario morto dal marzo 2010, con lo stanziamento dei fondi necessari al Piano di Caratterizzazione. Poi i soldi sono finiti, e tutto è rimasto lì, un’opera incompiuta ed un avvelenamento inarrestato.

Un bidone schiacciato

Un bidone schiacciato – Foto archivio SG

La bonifica dei siti spetta agli enti locali, Regione e Provincia, ma i costi saranno ingenti, in quanto sono pochissime le discariche adibite allo smaltimento di questa tipologia di inquinante. Un’operazione, data la quantità dei rifiuti e dei conseguenti, necessari interventi di recupero ambientale, fuori dalla portata economica degli enti sopracitati.

Fa specie, nonostante l’episodio sia datato a quasi trent’anni fa, che ci si debba arrendere alla rigidità burocratica, sia alla luce degli studi epidemiologici che hanno evidenziato un’incidenza tumorale fuori norma nel territorio tortonese, sia della forte eco mediatica a livello nazionale, suscitata da questi “cimiteri di scorie” che spuntano come funghi da Nord a Sud.

Nonostante la spending review abbia tarpato le ali (e tagliato risorse) sia ad Enti periferici che alle Magistrature, nonostante la forza degli ambientalisti stia dando segni di cedimento (o rassegnazione?) al muro di gomma contro il quale si scontra da trent’anni, è inaccettabile che questa situazione venga abbandonata a se stessa, è vergognoso che non sia ipotizzabile una nuova e più articolata indagine sull’interramento di rifiuti pericolosi nell’area che si snoda attraverso Carbonara, il Maghisello, zona Scaura e zona San Guglielmo. Possibile che nessuno si domandi “Perché proprio in quest’area?”.

Possono forse dei dati epidemiologici sui tumori, far muovere d’iniziativa la magistratura, ad indagare ancora, con mezzi e strumenti attuali, per comprendere e vedere con riscontri scientifici, l’incidenza e la diffusione dell’inquinamento in questi siti? In altre realtà italiane è già successo.

Infine, un ultimo, accorato, appello: questa emergenza non ha colori politici, né deve diventare uno strumento di campagna elettorale. L’ambiente e la salute gridano giustizia, la pretendono, la esigono. Non possiamo rassegnarci ad essere vittime di questa assurda pagina di storia.

Annamaria Agosti


18 marzo 2014

 

Fusti schiacciati all'aperto - Foto archivio SG

Fusti schiacciati all’aperto – Foto archivio SG