È interessante osservare, da vicino, la figura del barcaiolo un mestiere nato da quando esiste l’uomo consolidato nel corso del tempo ora dimenticato

La nostra Alessandria è al centro di due fiumi; proprio per questa ragione è curioso parlare di un personaggio attribuito a più individui, per così dire, marchiati da una caratteristica unica.

La sua figura professionale è scomparsa negli anni ’50, però ancora è viva nelle mente di chi è un poco più avanti con gli anni, quando era possibile dissetarsi con l’acqua delle numerose sorgenti sul greto.

I traghettatori vivevano nelle loro case sulla sponda dei fiumi, non necessariamente del Tanaro e/o del Bormida, per quanto riguarda la nostra città; era piuttosto una professione sempre uguale, qualunque fosse il nome attribuito al corso fluviale sul quale condividevano la loro esperienza.

Questi uomini erano giorno e notte a contatto con la sponda, un mestiere condiviso con la famiglia, al gran completo in ansia quando il cielo piangeva più del solito.

Il luogo dove vivevano era un po’ discosto dalla case abitate, quasi sempre in terra di confine, riferimento naturale per la linea di demarcazione degli Stati, preso di mira da malviventi, costantemente monitorati dalla milizia.

Il loro strumento di lavoro era la barca a fondo piatto, attraccata accanto alla casa; i più fortunati ne possedevano due. Una più agile: il burchiello, dalle nostre parti si dice el burcè; un’altra più robusta, di dimensioni maggiori detta il barcone, el barcon, come si dice da noi, costruito per trasportare bestiame, carri, ecc..

Le calde giornate d’estate erano l’occasione per revisionare i ferri del mestiere, le imbarcazioni si collocavano capovolte lungo l’alveo per visionare il fondo, rimpiazzare qualche doga, sostituire quel chiodo corroso dalla ruggine, spalmare sul fondo il catrame sciolto su un rovente fornello posto a poca distanza, sotto un sole infuocato, respirando quella cocente brezza incanalata sopra la corrente del fiume quando, a poca distanza, altri si rinfrescavano con il tonificante bagno stagionale.

L’appezzamento di terreno, facilmente irrigabile in quanto poco discosto dal fiume, aiutava a sbarcare il lunario, alla stregua di qualche pesce caduto nella rete oppure catturato con l’amo per cui, qualcosa da mettere sotto i denti, mai mancava: un misero compenso alle angosce di un’esistenza giorno e notte a contatto con la sponda, un mestiere condiviso con la famiglia, al gran completo in ansia quando il cielo piangeva più del solito.

Dunque, nonostante gli imprevisti, era un mondo ravvivato dal racconto dei trasportati, quasi sempre dall’altra parte c’era il meritato compenso per il servizio, accompagnato dall’immancabile bicchiere di quello buono.

Franco Montaldo


16 febbraio 2014

 

Splendida foto di Sergio Luzzini e Luigi Meroni tratta dal sito http://www.juzaphoto.com/galleria.php?t=103961&l=it

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