Sono un’insegnante che lavora da trent’anni a Tortona: le mie scuole sono state il Dante, il Carbone e da 15 anni il Marconi.

I miei allievi nel tempo sono cresciuti, sono diventati adulti, genitori, lavoratori, professionisti in vari settori. Li ritrovo ovunque nella realtà sociale cittadina e sui treni che portano alle grandi città vicine del triangolo industriale, anche qui fanno i pendolari per lavoro e per gli studi universitari.

Quando vado in Ospedale, al supermercato, alla Posta, in Comune, in agenzia, dal gommista, dal commercialista ritrovo sempre qualcuno che mi saluta con un “buongiorno Prof” e mi racconta di sé.

Sono ancora e sempre quelli della classe terza geometri, quinta ragioneria, del corso professionale per il commercio, dei periti meccanici, elettronici, del liceo tecnologico ora liceo scienze applicate. Li guardo e li ascolto orgogliosa per i diversi ruoli che ricoprono e per le aspettative di vita, mi sento partecipe di quel cammino di crescita che abbiamo, per una breve parte, condiviso con più o meno entusiasmo. Sono contenta di ritrovarli fieri dei risultati raggiunti nel superamento dei difficili test di ingresso all’università e al politecnico, all’estero con borse di studio in prestigiose istituzioni e aziende e anche genitori dei miei attuali studenti.

Ora di fronte ai fatti dell’ultimo giorno di scuola, il 9 Giugno 2017, quando le cronache cittadine raccontano di scontri, di lanci, di cori meschini davanti al Liceo Peano mi chiedo se ho sbagliato programmazione didattica quest’anno. Eppure anche con loro ho commentato “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”!

Ma i miei allievi sono proprio quelli che il 9 giugno scorso sguazzavano nella bolgia confusa dei gavettoni, dei fumogeni, dei sassi e delle bottiglie, abbruttiti dalle dinamiche del branco?

Se sì, “riprendiamo a v. 118, Inferno, canto XXVI, Considerate la vostra semenza fatti non foste…”

                                                                                                   Maria Eugenia Moy

I gavettoni e le infarinature alla fine della scuola o quando a novembre c’è la “Liberazione” da parte degli universitari, ci sono sempre stati, infatti noi di Oggi Cronaca abbiamo fatto un articolo “misurato” sena accusare troppo i ragazzi, visto che anche noi siamo stati tali e ne combinavamo di cotte e di crude.

Purtroppo alcuni giornali ne hanno fatto un caso eclatante.

Credo che stavolta a differenza del passato si sia un po’ troppo calcato la mano: sia parte degli studenti che hanno davvero esagerato e sia da parte degli organi di informazione. Parlare di guerriglia urbana come ha fatto qualcuno forse è stato esagerato, perché altrimenti le forze dell’ordine avrebbero dovuto intervenire. L’enfatizzare un avvenimento spesso è controproducente.

Diciamo che i giovani stanno perdendo la misura del buon senso, dei limiti e dei freni inibitori e una delle cause sono i social: si è abituati a non avere di fronte la controparte a parlare pigiando tasti su un cellulare o sull’Ipad e questo fa perdere il senso della realtà quando abbiamo di fronte un’altra persona.

Oltre alla storia e alle materie di legge, credo che i docenti doverebbero insegnare ai giovani a ri-conoscere la realtà a distinguere quella virtuali da quella vera. Un compito non facile, però.

E poi un esame dovrebbero farlo anche i genitori, perché NON SI PUO’ CONSEGNARE IL TELEFONO CELLULARE A UN BAMBINO DI DUE ANNI, perché di questo passo i giovani del futuro vivranno sempre più una realtà virtuale perdendo il senso della vita vera  e della misura.  

Il direttore