Ci sono degli eroi silenziosi, in Cile. Domenica 25 novembre. Circa le dieci. Ancud. Isole Chiloe. Siamo nella piazza del paese. Io e altre quattro persone. Ci stiamo recando al museo regionale che riporta la storia delle isole e conserva oggetti storici ed artigianali. Nella piazza c’è una giovane spazzina. Sta pulendo. Sta facendo il suo lavoro. Di domenica mattina. Le chiedo di poterle fare una foto. Acconsente. Non sarà l’unica spazzina che incontro e, da quel momento, osserverò meglio lo stato delle strade, delle vie. Sono pulite. Straordinariamente pulite.

E pulito era anche l’aeroporto di Santiago del Cile, quando sono arrivato. E gabinetti in perfetto ordine. Raffronto la situazione con quella italiana in generale e Novi in particolare. Quanta differenza! Ed un’altra differenza: i cileni sono una popolazione molto cordiale. Prima di questo viaggio in Cile probabilmente avevo un atteggiamento di sufficienza, europeo ed italiano, verso quella popolazione ed invece pulizia e cordialità mi fanno ricredere. Probabilmente avremmo molto da imparare da loro e non solo gli italiani. Una pulizia che punta alla differenziata: per esempio, anche nei piccoli centri delle isole Chiloè, abbiamo trovato i tre “classici” bidoncini della spazzatura, in alcuni negozi era presente che non si distribuiscono le borse di plastica. Una misura, quest’ultima, introdotta nel mese di agosto di quest’anno con il presidente del Cile,  Sebastiàn Piera, che affermava come l’impegno è passare gradualmente dalla cultura dell’usa e getta a quella dei materiali riciclabili. Nei gabinetti, inoltre, la carta non si butta nei water ma si ripone nei cestini.


VERSO IL CILE

Siamo in cinque: io, mia sorella, Fulvia ed una coppia di Cuneo, Donato e Monica. Si è progettato il viaggio fin dal mese di marzo, se ne è studiato ogni dettaglio, si sono prenotati voli aerei, escursioni ed alberghi fin dalla primavera. Si sono studiati dettagli dei percorsi, calcolato gli orari, i tempi. E qualcosa ci fa paura o, meglio, ci indispone un poco: il leggere che in Patagonia e nella Terra del Fuoco piove spesso, c’è un forte vento e fa freddo. Nonostante ci si vada quando in Cile è tarda primavera. Leggo l’appunto di una escursione nel parco delle torri del Paine di una persona che si definisce “La viaggiatrice”. Mi mette i brividi. Nel trolley maglioni pesanti, pile, sciarpa, guanti, calzoni invernali, poca roba leggera. Non dimentico un costume: chissà, magari a Valparaiso, alla fine del viaggio, lì dovrebbe fare caldo. Ventuno novembre. Partenza. Sono diciotto giorni di viaggio. Volo Torino-Roma come aperitivo e poi da Roma a Santiago del Cile: quindici ore di volo. Questa volta ho tradito la mia compagnia aerea preferita, la Lufthansa, ed ho scelto Alitalia. Santiago del Cile. Cinque ore in aeroporto. Cambiare i dollari. “Dovete andare al piano di sotto”, dice una persona in un ufficio. Al controllo dei passaporti ci consegnano una “Tarjeta unica migratoria” in cui viene specificato il periodo che staremo in Cile ed il motivo, turismo. In aeroporto ci sono tanti agenti delle forze dell’ordine e tanti cani antidroga. Altro giro, altro aereo: tappa  Puerto Montt, città portuale e sede arcivescovile del sud del Cile. Conta circa 225.000  abitanti ed è sovrastata dal vulcano Osorno. Li ci si riunisce agli altri componenti la spedizione, partiti per il Cile una settimana prima e che ne hanno visitato anche la parte settentrionale. Da Puerto Montt inizia praticamente il nostro viaggio. A Puerto Montt ci fermiamo a cenare. Piatti di pesce, praticamente per tutti. Piatti di pesce che costituiranno una costante in gran parte del nostro viaggio. Ed alla fine, come conferma di quanto letto nelle guide turistiche, la conferma che “viene suggerita una mancia del 10% dell’importo del pasto.” Un fatto che troveremo in tutti i locali, anche quelli argentini di El Calafate, ma con i camerieri che si dimostreranno particolarmente esigenti nell’ottenerla solo a Santiago del Cile. A Valparaiso un italiano che soggiorna in Cile da alcuni anni ci spiegherà che, spesso, il personale dei ristoranti guadagna più con le mance che con lo stipendio, uno stipendio veramente misero. Pur  mangiando sempre piatti a base di pesce e tenendo conto della mancia da dare non spenderemo quasi mai più di venticinque euro. Forse solo da Augusto, ristorante al mercato del pesce di Santiago. Ma, questa, è un’altra storia.

Maurizio Priano