A venti anni dalla scomparsa (11 febbraio 1998) a Castelnuovo Scrivia si ricorda Fulvia con scritti: uno di Silvio Maniezzo e l’altro di Antonello Brunetti in occasione della serata a lei dedicata nel febbraio 2008.

 

IL RICORDO DI SILVIO


Venne ad abitare a Castelnuovo nel 1940. Aveva 11 anni ed era originaria di San Sepolcro, il paese di Piero della Francesca.

Terminò le scuole di Avviamento e poi iniziò il suo lungo percorso di operaia, prima alla fabbrica del tabacco, poi presso il calzaturificio Maggi.

Intelligente, autodidatta, abile in molte arti quali la regia, la recitazione, la musica, il canto, la pittura, fu subito l’animatrice di tutte le iniziative collegate con le istituzioni religiose.

La sua vita è stata tutta un susseguirsi di incontri, dibattiti, impegni, sempre assunti con il massimo dell’intensità, non importa se umili o eclatanti.

– È a fianco dei bambini, dei poveri, degli immigrati in difficoltà, degli extracomunitari, dei disabili, degli anziani, dei malati di mente.

Collabora con l’Organizzazione Mato Grosso, è amica di padre Turoldo, di dom Franzoni, di don Ciotti, di padre Balducci, di monsignor Capucci, di suor Matilde del Guatemala, di Rigoberta Menchu.

Si occupa delle piccole ma faticosissime organizzazioni del paese, come la gestione dell’Oratorio, della Casa di Riposo, del Centro diurno per disabili, della Biblioteca civica, dell’Estate ragazzi.

Nello stesso tempo è fra i promotori entusiasti di cose più grandi, quali l’Associazione per la pace, l’Associazione per la lotta alle malattie mentali, Commercio equo e solidale,  AIDO.

Stabilisce rapporti con i Francescani di Assisi e con varie comunità religiose aventi tutte come base comune un forte impegno a favore della pace e del Terzo mondo.

Le sue scelte di vita sono sempre difficili; ne cito due per tutte:

– la gestione in prima persona di una microcomunità di otto ragazze disabili con le quali ha vissuto per tre anni a tempo pieno (probabilmente fu allora che si ammalò di epatite);

– l’accettazione in affido di ragazze difficili e senza una famiglia.

La sua attenzione nell’ultimo decennio è rivolta in particolare alla Terrasanta e al popolo palestinese e a far conoscere il dramma di un popolo senza pace e senza terra. Le ultime iniziative sono punteggiate da collassi fisici e da una stanchezza profonda, da forti sofferenze; ma Fulvia non rinuncia a nulla e organizza, presenta, prende contatti, formula nuovi progetti. Un mese prima di morire allestisce una mostra sulla Palestina, con documenti, foto, cartine e oggetti per la raccolta di fondi da destinare alla creazione di un asilo a Gaza e per far luce su una realtà oscurata da pregiudizi e da luoghi comuni.

Muore l’11 febbraio 1998 all’ospedale di Tortona.

 

E QUELLO DI ANTONELLO

Di una persona che hai stimato, che ti ha dato molto a livello di idee e di metodi, puoi  ricordare  mille situazioni, mille episodi, mille iniziative comuni.

Voglio in questa circostanza, però, anteporre quello che più mi ha colpito in Fulvia: la disponibilità nell’ascoltare e nel cercare di capire, ma subito dopo la ferma  determinazione nell’agire.

Sapeva benissimo che agire con coerenza e senza compromessi procura antipatie, irritazione, malevolenze da parte di chi gestisce il potere, ma mai per questo ha lasciato cadere una battaglia difficile o ha finto di non vedere ingiustizie.

Mai ha anteposto l’obiettivo del quieto vivere alla manifestazione delle proprie idee e delle denunce che riteneva giusto esprimere. In ogni situazione, in ogni luogo e con qualunque persona, anche con un amico, anche a costo di dover subire l’amarezza di reazioni immeritate.

Detto questo voglio ricordare quattro momenti di vita vicino a Fulvia sia perché rappresentano parecchio per me, sia per illustrare alcune sfaccettature della sua personalità.

* Nella seconda metà degli anni Sessanta venni indicato come scrutatore nel seggio dell’Ospedale – Opera pia Balduzzi. Avevo letto da poco il libro stupendo di Italo Calvino “La giornata di uno scrutatore” e quindi nessuna sorpresa quando, arrivati nel seggio, trovammo all’ingresso una trentina di aspiranti accompagnatori pronti ad aiutare i ricoverati a votare.

Presi subito posizione pretendendo, come richiede la legge, che il vecchio in difficoltà dichiarasse le generalità dell’accompagnatore  e che spiegasse perché non c’era alcun parente presente. Fu una mattinata infame, piena di tensione, scoppi d’ira, sguardi in cagnesco, ma alla fine una ventina di poveretti, privi di un barlume di capacità di intendere e di una qualsiasi intenzione di voto, vennero esentati da quella pagliacciata.

Fulvia era nel gruppetto degli accompagnatori e la conoscevo solo per sentito dire. Qualche anno dopo riparlammo di quell’episodio e mi  disse che era pienamente d’accordo con me, che avevo fatto bene ad oppormi a quell’appropriazione indebita di voti, ma nel suo caso si trattava solo di una richiesta di aiuto fattale da parte di quella vecchia signora, che andava a trovare al Ricovero tutti i giorni.

Avevo sbagliato e ciò a conferma che si sbaglia quando si giudica una persona sulla base degli schieramenti partitici, del sentito dire che spesso denigra chi non si capisce. I buoni e i cattivi si distinguono fra di loro per quello che fanno, per come operano, per la loro capacità di amare il prossimo e di anteporre il bene collettivo al proprio.

* Cominciammo a lavorare fianco a fianco nel 1970. Entrambi in consiglio comunale, lei in minoranza, io dall’altra parte. Ci intendemmo al volo e realizzammo insieme, nel settore del sociale, iniziative d’avanguardia.

Veramente era lei che proponeva e poi tirava la carretta: ad esempio, ricordo, i libri gratuiti alla scuola media, le vacanze invernali per gli anziani, il gruppo di volontari che faceva visita alle famiglie in difficoltà affinché il Comune potesse intervenire in anticipo sui problemi più impellenti. L’attenzione verso le famiglie di meridionali immigrati e non ancora inseriti. E poi le prime forme di attenzione verso i disabili o il trasporto gratuito al Don Gnocchi di Salice per le cure riabilitative dei castelnovesi.

Seguirono anni intensissimi per entrambi, in settori a volte diversi, ma sempre partendo dal paese e con momenti di intreccio assai stretto, come per il Gazzettino o la Biblioteca.

* L’ultima sua iniziativa fu nel dicembre 1997. Ricordo il grande lavoro svolto da Fulvia con Monica Occhi per allestire una mostra sulla Palestina. Voleva far conoscere l’intenzione di creare un asilo per i bambini di Gaza e far luce su una realtà oscurata da pregiudizi. Feci molta fatica a coinvolgere le scuole, l’argomento non era dei più fascinosi per gli insegnanti. Ogni volta che arrivavo con una classe per la visita, il suo volto stanco si illuminava e il suo corpo riprendeva vigore e, come sempre, riusciva a catturare l’attenzione dei ragazzi e fioccavano le domande.

* Poche settimane dopo ci ritrovammo insieme all’ospedale di Tortona. Purtroppo non ricordo nulla di quel periodo, ma mia moglie mi racconta che veniva su tutti i giorni a chiedere informazioni sul mio stato di salute, che faceva solo vaghi cenni al suo fegato malato e poi si sedeva un quarto d’ora a parlare con me, che ero scarsamente cosciente, di libri che aveva letto in quei giorni, di progetti da realizzare non appena rientrati a Castelnuovo, di buddismo e cristianesimo, di gualdo con cui tingere i bluejeans da realizzare in Palestina come artigianato locale.

Un ricordo l’ho ancora, sia pure vago; forse era proprio in occasione dell’ultima sua visita!

La ricordo in vestaglia, seduta accanto al letto, mentre mi faceva le confidenze che emergono in momenti particolari della vita e che rimangono patrimonio esclusivo di chi le ha ricevute. Insomma accanto a me, ad inizio febbraio 1998, avevo una Fulvia che, a un passo dalla fine, si rimetteva in discussione, sapeva rinnovarsi e progettava nuove scelte di vita.

Pochi giorni dopo, l’11 febbraio, Fulvia aveva cessato il suo percorso terreno. Mia moglie non volle farmelo sapere e solo una settimana dopo, a una mia precisa domanda, Lorenza mi disse.

Fulvia è stata a mio avviso un don Chisciotte lucido che sapeva rinnovarsi, progettava ancora, sulla soglia dei 70 anni, scelte di vita che rivoluzionavano la sua esistenza, tagliavano i ponti con il passato e le procuravano inimicizie e ritorsioni.

Un don Chisciotte disponibile, coraggioso, aperto, con una gran forza d’animo, determinato e ostinato nei suoi sogni che, parafrasando la bella canzone di Guccini,  “le aprivano nuovi occhi e le accendevano i sentimenti”.

Un don Chisciotte consapevole che sapeva perfettamente che i giganti non erano innocui mulini a vento, ma belve ferocissime, quali l’apatia, l’egoismo, la superficialità nei giudizi, la prevenzione, l’intolleranza, la paura del diverso, il genuflettersi al potere, la mancanza di attenzione e di amore per i più deboli.

Un don Chisciotte che con il suo vulcanico proporre ha sfiancato e nello stesso tempo dato una identità ai tanti Sancho Panza, come il sottoscritto, che l’affiancavano.

Un don Chisciotte che ha lasciato un vuoto profondo, un buco nero che si fa sempre più grande poiché personaggi simili si vanno rarefacendo.

Un don Chisciotte, che, come conclude in una sua bella poesia Mauro Mainoli, non ha perso perché ci ha insegnato che senza sogni, senza coraggio, senza radicali prese di posizione verremo sommersi dalla forfora dei palazzi.