Vancouver mi accoglie con il caldo, un caldo che probabilmente non mi aspettavo. Nella valigia avevo riposto un po’ di tutto, comprese due felpe abbastanza pesanti, maglioni accanto a delle polo e delle t shirt. Tranne che nelle ultimissime giornate, dal punto di vista meteorologico, sarò una persona fortunata. Sono stanco dal viaggio, sono le 14.30 ma è come  se per me fosse quasi mezzanotte: le ore di differenza sono ben nove.

Però, lo confesso, io patisco molto di più nel ritorno, quando salto in avanti le ore, quando salterò la notte e per almeno una settimana sarò in sofferenza. Laboriosi i controlli all’aeroporto mentre dal ritiro bagagli la mia valigia sembra non abbia la voglia di uscire. Fuori. Finalmente fuori. All’aperto. Una fila immensa di taxi. Tante persone in attesa. Mi metto in fila. Tocca a me. “Hastings Street 403. Patricia Hotel.”


Il taxista bofonchia: “No good.” Allibito. “No good?”, ripeto quasi meccanicamente. “Area no good. Patricia I don’t know.” Mi spiega che la zona non è buona perch’ ci sono gruppi di tossici, di persone che sputano. E non tarderò ad accorgermi che è proprio così. Mi tranquillizza, il taxista, quando mi dice che non c’è alcun problema per me, a Vancouver non ci sono furti. L’hotel, dato il contesto in cui si trova, è anche carino. Mi accompagnano alla mia stanza stanza. Un letto matrimoniale. Servizi discreti. Lavabo nella stanza. E subito un problema: l’adattatore per la presa per caricare il telefonino. Telefonino al quale ovviamente ho tolto la connessione dati e che utilizzerò soltanto nei locali provvisti di wi-fi. I miei adattatori non funzionano. Chiedo alla reception. Mi spiegano di andare in un certo negozio. Prime difficoltà di comprensione. Capisco poco l’inglese. Esco. Il sole picchia. Trovo il negozio, non l’adattatore.

Vancouver non mi piace subito e mi piacerà meno il giorno dopo. O, meglio, il giorno dopo scoprirò Stanley Park. Ma, quella sera, alle otto, mi corico sul letto e dormo. Dormo dodici ore, non continuativamente, brevi interruzioni, ma praticamente le dormo. Il giorno dopo vado alla agenzia che avevo scoperto da casa collegandomi ad internet. In bici verso Stanley Park. Già, Stanlesy Park. Un gioiello. Un autentico gioiello. Chi non c’è stato, chi non ha usato la bicicletta per scoprire i suoi mille e mille sentieri, stradine, bellezze non può capire. Giorni dopo ci andrò in gita, il primo giorno di scuola, ma non sarà la stessa cosa, lo faremo con il pulmino, la bellezza del parco non verrà minimamente colta. Ed io mi sentirò fortunato di esserci andato in bicicletta. Stanley Park, 405 ettari di verde, di alberi, di stradine dove le persone vanno in bicicletta, camminando, facendo yogging. Piste ciclabili rigidamente separate  da quelle pedonali. Persone educate, rispettano la segnaletica. Scoprirò, le settimane seguenti, l’educazione ed il rispetto dei canadesi. In metropolitana e sui mezzi pubblici molti giovani si alzeranno e mi inviteranno a sedermi.

Vorrei schermirmi, dire che no, si sbagliano, non sono anziano. Mi inviteranno a sedermi. E nei locali, nel salire sull’autobus le file sono ordinate, le persone si mettono una dietro l’altra, si capisce dove inizia e dove finisce la fila, non come in Italia dove questa percezione non esiste. Stanley Park. Davanti ai grattacieli. Magnifici. Bellissimi. E cari come dice la guida. Stanley Park. Con una sorpresa. La foresta.

La foresta che non ti aspetti. La foresta a due passi da casa. “Cara, esco un attimo, vado qui sotto, nella foresta.” Impressionante. Una vera foresta. C’è anche una piccola salitella. Le gambe mi tradiscono. Ci sono alberi secolari. Stupendi. La gita in bicicletta finisce. Purtroppo. Mi avvio a conoscere Vancouver. Le sue vie. Giro per Robson Street, Granville Street, le vie centrali. In Granville Street c’è il Vancouver city Center, ci sono grandi centri commerciali dove troverò finalmente l’adattatore, negozi grandi firme. E ci sono, inaspettati, i “barboni”. Dormono sui marciapiedi. Con una misera coperta, logora. Non sono pochi. Altri bivaccano dalle panchine. Mi stupisco. Mi avevano dipinto Vancouver come una delle migliori e più vivibili città al mondo. Come mai i barboni?

E, altra sorpresa, la sporcizia. Tanta sporcizia. Carta. Bicchieri di carta. Un ragazzo, davanti a me, finisce di bere una bibita da una scatola. Il cestino è lì’ vicino. Basta poco. Invece la lascia cadere sul marciapiede. Lo guardo stupito. La sera, prima di tornare in albergo, andrò a vedere il tanto decantato giardino cinese Sun Yat-Sen. Non trovo che sia tanto eccezionale. Bello, non eccezionale.

Maurizio Priano