Il Bilancio di Previsione non solo è un tema di carattere tecnico-numerico, ma va inserito in un contesto di scelte politiche e di riflessioni più ampie.

Mentre desidero esprimere un sentito ringraziamento all’Assessore alla Programmazione finanziaria, Giorgio Abonante, al Ragioniere Capo, Antonello Paolo Zaccone, e alle Direzioni e Uffici comunali per il grande lavoro compiuto, non posso non rimarcare come il Bilancio che oggi presentiamo faccia emergere in modo molto rilevante le scelte “politiche” che alimentano questa maggioranza.


In questo Bilancio c’è una scelta di fondo di grande responsabilità: lo affermo con convinzione perché, se Alessandria non avesse avuto il coraggio di chiudere i debiti del proprio passato, oggi non potremmo parlare di scelte per il nostro futuro.

Ricordo i giorni difficili del 2012 e la scelta “difficile” che evitava il commissariamento dell’Ente e che, al contempo, ci vedeva tutti direttamente coinvolti ad impegnarci sul risanamento. Oggi, grazie a quella scelta coraggiosa e responsabile, possiamo ritornare alla normalità di un dibattito che ci veda anche con opinioni diverse, ma all’interno dell’alveo del naturale e democratico confronto sulle scelte politico-amministrative.

Se dunque — grazie a quella opzione di responsabilità del 2012 e degli anni successivi (con le tante interlocuzioni con Governo e Ministeri) — abbiamo contribuito addirittura a introdurre elementi di riflessione e dibattito a livello nazionale anticipando i problemi della “tenuta dei conti” riscontrato da altri Comuni, oggi non possiamo non sottolineare anche l’importanza di un richiamo ad un passato di cui siamo orgogliosi.

La nostra Città infatti ha visto nell’ultimo settantennio unirsi nel dialogo diverse culture politiche e noi in questo momento sentiamo la necessità e il dovere di richiamare innanzitutto i padri fondatori del socialismo alessandrino del XX secolo nel ripartire con un programma politico a base delle strategie di Bilancio del nostro Ente e dopo la fase di dissesto finanziario.

Tutto ciò non per denegare l’importanza delle altre culture democratiche e antifasciste della nostra Città, ma semplicemente per caratterizzare in modo chiaro l’approccio storico che la nostra Amministrazione intende abbracciare.

Rita Rossa

Rita Rossa

Non vogliamo confusioni: questa maggioranza è una maggioranza di centro sinistra che affonda le proprie radici nella cultura e nella storia di una parte importante dello sviluppo sociale di Alessandria.

Solo riconoscendo e recuperando le radici identitarie è possibile aprirsi ad un nuovo dialogo, un dialogo con le altre storie democratiche e antifasciste di questa Città: quella liberale e quella cattolica.

Non a caso, nel maggio del 1945 furono queste tre culture politiche — insieme incarnate nelle figure del Sindaco socialista Ernesto Torre, della cattolica Maria Bensi (operaia, chiamata dal Comitato di Liberazione a coprire la carica di vicesindaco di Alessandria) e del  liberale avvocato Edmondo Ferrari — a ridare corpo e fiato alla democrazia riconquistata nella nostra Città.

Poi vi furono le giunte sostenute da maggioranze social-comuniste guidate dal Sindaco Nicola Basile — con figure come quella di Giovanni Oreste Villa, Enzio Gemma, Luciano Raschio — che seppero applicare un riformismo delle scelte che, anche in questo caso, non impediva affatto il dialogo con le forze politiche espressive delle culture cattoliche e liberali.

Giunte a guida socialista e comunista che sapevano portare elementi di innovazione, riformismo di governo, dialogo, coraggio e responsabilità.

è a quel coraggio e a quella cultura di governo che facciamo riferimento. è in nome di quella cultura che pensiamo alla necessità dell’innovazione per essere in grado non già di preservare ciò che resta di quel sistema — oggi non più in grado di soddisfare nuovi bisogni — ma per pensare nuove forme di gestione dei servizi adeguate ai sempre minori trasferimenti, nuovi strumenti di lettura del bisogno, nuova cultura politica. La sinistra è questo.

Speriamo che il dialogo a cui facevo prima riferimento sia ricercato anche da quelle altre culture che vi contribuirono. Noi siamo aperti a questo dialogo politico, ma chiediamo con forza di conoscere quali altre culture siano ancora disponibili a questa collaborazione e se sappiano e vogliano rinunciare ad un populismo demagogico che sta deteriorando tutto ciò che i nostri Padri avevano a fatica costruito.

Noi vogliamo impegnarci per un riformismo quotidiano che renda possibile un miglioramento stabile delle condizioni socio economiche dei nostri concittadini. Non abbiamo “bacchette magiche” e non possediamo la saccenteria di coloro che criticano per demolire una storia intera a loro vantaggio.

Questa convinzione ci ha guidato nella difficile fase del dissesto finanziario.

Ci ha permesso di porre fine ad una condizione di deficit spending che la nostra Città non poteva più permettersi. Ci siamo assunti la responsabilità storica di recuperare la dignità morale che avevamo tutti dimenticato.

Il dissesto finanziario è stato la conseguenza di un abbandono degli ideali politici che hanno permesso alla nostra Città di rifondare un Comune democratico a partire dal maggio 1945.

Ideali politici il cui senso del dovere superava la somma degli interessi individuali. Qualcuno può pensare che si tratta di un passato remoto ormai superato. Non credo. Credo, al contrario, che ci siamo lasciati trascinare in una deriva modernista fatta di tecnologia senza cultura, di presente senza passato, un presente che resta sterile protesta di coloro che si credono vincenti solo quando gli altri perdono, in una continua lotta utilitaristica e dominatrice.

  1. Popper scriveva che una società è veramente aperta quando non si è costretti ad essere un leader o un seguace di un leader. Noi ricerchiamo questa società aperta, con quelle forze democratiche e antifasciste della nostra Liberazione.

Rivendicare questo diritto, oggi, può apparire quasi un insulto per chi si è lasciato drogare da una società senza ideali, da un qualunquismo che crede ai peggiori imbonitori delle nuove strade informatiche, nella convinzione che tutti siano migliori di tutti.

Chiediamo a tutti — e in primo luogo a noi stessi — una nuova e forte consapevolezza del proprio ruolo che permetta di ridare dignità al nostro compito di Amministratori locali.

Un ruolo che necessita di essere rivisitato e ripensato complessivamente: una riflessione che, anche alla luce delle ipotesi ad esempio di abolizione delle imposte sulla prima casa richiamate dal Governo, deve far mantenere l’attenzione sulle funzioni svolte dagli Enti locali, sul sostegno pubblico che questi comunque necessitano e sul significato dell’idea di “autonomia locale” affinché i Comuni possano declinare opportunamente i principi della responsabilità con quelli dell’innovazione e dello sviluppo delle proprie comunità amministrate.

In questi tre anni abbiamo recuperato al meglio una situazione economica e di bilancio disastrosa. Non interessa in questa sede ricercare colpevoli. Chi è preposto costituzionalmente a farlo lo sta facendo e a costoro ci rimetteremo per i giudizi finali.

Ora è giunto il momento di guardare avanti insieme a tutti coloro che hanno volontà di farlo senza pretese di egemonie culturali, politiche o personali.

Al 31 dicembre 2011, il bilancio del nostro Ente chiudeva con una perdita di 53,049 milioni di euro e con oltre 312 milioni di debiti complessivi (di finanziamento e di funzionamento). Al 31 dicembre 2014, lo stesso bilancio ha chiuso con un utile d’esercizio di 9,321 milioni di euro e con 281 milioni di debiti complessivi.

In questi pochi e aridi numeri sono racchiusi i tre anni più difficili della nostra storia comunale.

In mezzo ci sono, invece, le storie dei sacrifici compiuti dai nostri concittadini e dai dipendenti dell’Ente per recuperare quella dignità morale di cui ho parlato prima. Concittadini e dipendenti che hanno reagito prima con incredulità, poi con paura e rabbia, ma poi anche con consapevolezza e responsabilità.

Loro hanno saputo raccogliere quell’eredità politica e culturale che noi per primi avevamo dimenticato, tutti presi in una lotta intestina e senza futuro. A loro ci siamo aggrappati, anche quando pervenivano le critiche più feroci e personali, per compiere quelle scelte di umiltà, ma di grande consapevolezza politica che questa maggioranza ha portato avanti fino ad oggi.

Oggi noi crediamo dunque in un progetto politico che non è fatto solo di numeri di bilancio, ma anche di impegno sociale e culturale, di rinnovata attenzione alle fasce più deboli della nostra Città (con la scelta, ad esempio di mettere 150.000 euro sul Fondo sociale).

Si tratta di un progetto inserito in un’idea più vasta di benessere collettivo e di crescita civile ancorché in un mondo sempre più minacciato sotto il profilo economico e culturale.

I progetti di una diversa organizzazione scolastica comunale, di un forte gruppo aziendale nei servizi pubblici locali, di un nuovo centro di produzione teatrale, di una rete sociale di protezione individuale e familiare e di un approccio più culturale alle nuove tecnologie informatiche rappresentano in concreto lo sviluppo delle politiche di questa Amministrazione nel nuovo Bilancio di previsione 2015 e pluriennale 2015/2017.

Nuovo sotto tutti i punti di vista. Sia sotto il profilo tecnico (per l’armonizzazione contabile voluta dal Legislatore nazionale), sia sotto l’aspetto storico (si tratta del primo bilancio “ordinario” dopo gli anni della prima fase del dissesto finanziario), ma anche sotto il profilo politico, perché non tutta la politica si fa con i soldi.

Almeno questo noi pensiamo e con noi oggi c’è anche tutta la dottrina sociale cristiana del XX e del XXI secolo. Certo, con noi non ci saranno mai coloro che credono nella possibilità di plasmare a proprio piacimento la rabbia e la paura dei concittadini in un momento di grave crisi economica generale per carrierismo personale.

Questo rischio, Alessandria e il nostro Paese, lo hanno già corso in passato e proprio dal passato ci perviene la cura nelle parole di Don Carlo Torriani:

«Non v’è dunque da meravigliarsi se dopo poco tempo dalla vittoria, molta gente per meglio consolidarla credesse comodo accettare non le direttive della Rerum Novarum ma le promesse di certi avventurieri antidemocratici e si esaltasse anzi per la loro giovinezza e per la loro libertà. Costoro assicuravano l’uomo buono che gli avrebbero tolto tutti i fastidi: prima di tutto di pensare come restaurare il Paese, poi di andar a votare e di fare scrutinii, poi di organizzare sindacati … Facevano tutto loro. Che si voleva di più? Bastava obbedire, tacere, pagare … poi si arrivava all’impero. Gli uomini di buona volontà non si lasciarono assorbire». (Carlo TORRIANI, “Uomini di buona volontà”. Lino – tipografia Colombani, Alessandria 1957. Pag. 81).

Oggi questa Amministrazione fa appello a quelle donne e a quegli uomini di buona volontà per ricostruire il senso storico, culturale e sociale della nostra Città.

Rita Rossa, sindaco di Alessandria

18 agosto 2015