Ci hanno rimproverato di aver scritto in merito al processo Solvay: I tempi e i modi del procedimento penale sono difficili da comprendere per i non addetti ai lavori, e l’impressione diffusa è che lo stuolo di rinomati avvocati difensori abbia buon gioco a rinviare rinviare fino a concludere tutto in una irridente bolla di sapone.

Ci hanno rimproverato di aver commentato una foto di repertorio sui giornali comprendente un lavoratore nel frattempo deceduto: Si fa in tempo a morire prima di ottenere giustizia . Infatti ci obbiettano che i tempi di questo processo non sono più lenti di altri, anzi, bisogna tener conto che è un procedimento complesso, con una mole di documenti impressionante onore al merito del Pubblico ministero, che i giudici sono ad organici ridotti all’osso, con un battaglione di legali della difesa che straripano nell’aula e che tentano tutti i cavilli per allungare il dibattimento, magari parlando due ore ciascuno nel ripetere sempre lo stesso concetto.

Sarà tutto vero, anzi lo è, ma noi interpretiamo lo stato d’animo di persone che vorrebbero sapere infine se ci sono colpevoli delle proprie malattie o della morte dei propri famigliari, se verranno risarcite, se e come quella fabbrica continua a uccidere, come si potrà impedire bonificandola, e attendono di saperlo quanto meno dal 2008 quando scoppiò il bubbone penale. Teniamo presente che prima del 2008, c’è stato chi (Medicina democratica) ha denunciato per decenni cosa accadeva a Spinetta Marengo, con tanto di esposti penali, mentre le luci del palazzo di giustizia non si sono accese. Allora si comprendano le aspettative deluse di chi si accorge che dopo quasi cinque anni il processo è ancora ai preliminari e non si consola addebitando, come è giusto, il sistema giuridico, i quasi quattro gradi di giudizio, i governi che non hanno assicurato risorse adeguate al funzionamento dei tribunali: una giustizia insomma che non funziona ma non quella a cui si riferisce Berlusconi, il quale anzi ne beneficia, bensì quella della gente comune che attende anni e anni.

Immaginiamo poi la reazione se ci fosse la beffa di ricominciare tutto da capo trasferendo il processo Solvay da Alessandria a Milano, secondo il conseguente principio che nessun processo, soprattutto per inquinamento ambientale, di fatto può celebrarsi nella giurisdizione dove i fatti criminosi si sono compiuti. Il paradosso degli avvocati difensori è che, all’occorrenza, sostengono l’opposto, come lo spostamento del processo Eternit da Torino a Casale Monferrato, tentativo respinto dal tribunale. Vedremo cosa succederà il prossimo 13 marzo: alla prima del ciclo serrato di udienze programmate per entrare nel merito del processo.

Lino Balza – Medicina Democratica

11 marzo 2013