.Il 10 febbraio non è un giorno qualunque. È uno di quei giorni in cui è necessario non dimenticare per non far cadere nell’oblio una vergogna che per troppi anni è stata volutamente tenuta segreta. In questa data si celebra la giornata del ricordo per le vittime delle Foibe e dell’esodo Giuliano-Dalmata. Qui di seguito riproponiamo un’intervista rilasciata da Romano De Vescovi, sopravvissuto all’infoibamento, e per diverso tempo ospite da un amico a Tortona. Perché, come disse il famoso scrittore britannico Aldous Huxley “i fatti non cessano di esistere perché vengono ignorati”.

Domenica Tortona si celebra il “Giorno del Ricordo” Questo il programma della giornata: alle 11 Santa Messa presso la Chiesa parrocchiale di S. Michele e alle 12 presso il Cortile di Palazzo comunale, Cerimonia commemorativa con la rievocazione storica a cura dell’ANVGD di Tortona; la deposizione della corona dall’alloro presso il cippo dedicato. Saranno presenti le Autorità cittadine.

Di seguito pubblichiamo l’intervista fatta a Romano de Vescovi.

Signor Romano, immagino sia doloroso ricordare un periodo della sua vita così atroce.

“In effetti è dura ritornare a parlare di certi argomenti. In quel periodo avevo circa ventitré anni, facevo il sarto e abitavo a Rovigno con mia zia. Conducevo una vita semplice ma felice”.

Quando è stato catturato?

“Una sera alcuni militari titini sono venuti a casa mia e con la scusa di un lavoro di sartoria mi hanno fatto uscire. Ho capito subito che avevano brutte intenzioni, hanno cominciato a picchiarmi con dei manganelli pieni di sabbia rompendomi tre costole e alcune vertebre. Mi hanno caricato su un camion insieme ad altre cinquanta persone e ci hanno portato a Pisino. La nostra colpa? Eravamo italiani. Nessuno dei “passeggeri” era fascista ma a loro poco interessava. Ci insultavamo con appellativi come “Vrajzi italian” (italiani del diavolo)”.

Poi che è successo?

“Ci hanno legato i polsi con del filo di ferro e ci hanno spinto dentro la foiba. Facemmo un volo di diversi metri sbattendo contro quello che rimaneva di decine di cadaveri. Non so come ma io ed altri tre riuscimmo a sopravvivere. Eravamo parecchio malconci, uno di noi aveva la spina dorsale rotta ma era ancora vivo. Decidemmo che se volevamo continuare a vivere dovevamo uscire di li. Così con le ultime forze rimaste ammucchiammo diversi cadaveri, tra cui quelli di alcuni miei amici, per creare una sorta di scaletta fino all’uscita. Una volta fuori dalla foiba ci nascondemmo per un po’ poi decidemmo di separarci”.

Quando arrivò a Tortona?

“Arrivi a Tortona dopo diversi viaggi in cerca di rifugio. Prima mi fermai in un paesino in provincia di Trieste, successivamente andai a Udine e poi fino a Bari. Volevo aspettare che si calmassero un po’ le acque ma sono stato costretto a ripartire. Volevo tornare a Trieste ma un amico mi convinse a fermarmi a Tortona. Qui incontrai diverse persone come me in quanto la Caserma Passalacqua fu adibito a campo profughi per le vittime dell’esodo. E trovai finalmente un po’ di tranquillità. Ricordo che mi dissero che lo volle fortemente il sindaco comunista Mario Silla facendo una scelta molto coraggiosa e controcorrente preferendo i profughi ai soldati “.

Umberto Cabella

 9 febbraio 2013