Il 25 novembre, giornata indetta dall’Onu a sostenere la lotta contro ogni forma di oppressione nei confronti delle donne, è un giorno in cui tutti, associazioni e istituzioni, dovrebbero concentrarsi sul “che fare” per prevenire e contrastare in maniera adeguata la violenza sulle donne.

Sono 120 le donne uccise in Italia dall’inizio di quest’anno, sopraffatte da quella violenza che è la prima causa di morte delle donne di età compresa tra i 16 e i 44 anni, che miete più vittime di quante non ne causino gli incidenti oppure il cancro. Nel 2012 si registra un’escalation di violenza che va a colpire donne di ogni età, religione, classe sociale e situazione socio-economica o culturale. Nei primi dieci mesi di quest’anno, l’impietosa statistica ci informa che si è passati da un omicidio ogni tre giorni, registrato lo scorso anno, ad uno ogni due giorni. Nella maggior parte dei casi si tratta di violenza domestica: gli autori dei delitti, infatti, sono per lo più mariti, fidanzati ed ex partner. E molto raramente quanto accade è frutto di un ‘raptus’: troppo spesso è invece collegato ad una concezione culturale.

Morire in senso biologico, oppure solo interiormente, di botte, di stupro, di sevizie psicologiche, di stalking, da parte di un uomo vicino: marito, ex compagno, famigliare, amico. mentre il numero delle denunce segnala poco e niente di un universo occulto che nessuno è grado di esplorare. Perché nel 90 per cento dei casi lei non lo denuncia. E’ sola, ha paura, e non si sente supportata neppure dalle istituzioni. Si confida solo in parte con le amiche, mai totalmente, a celare la più profonda vergogna, quel veleno che le viene instillato dentro e che continua ad ingoiare goccia a goccia, giorno dopo giorno, sperando sia la soluzione per diventarne immune, e che invece, un giorno, la uccide.

Tortona non ha nulla da dire al riguardo, oltre alla delibera di indirizzo sulla pubblicità lesiva dell’immagine della donna? E’ questa, la percezione del fenomeno sul territorio? C’è stato almeno un tentativo di coordinamento tra i ruoli locali interessati al fenomeno? Tra servizi sociali (anche socio-educativi) e sanitari (punti di pronto soccorso), privato sociale, associazioni femminili, forze dell’ordine? Com’è la situazione? Cosa si fa per aiutare le donne a denunciare? Che dati abbiamo, in mano?

Questo è l’argomento di riflessione, al di là delle iniziative non fatte, non programmate o non pubblicizzate: il prendere coscienza dei bisogni di prevenzione, delle strategie, metodologie e degli strumenti di contrasto. Altrimenti, il prossimo 25 Novembre, noi donne saremo ancora inermi.

Lettera firmata

 25 novembre 2012